Il Corona e la storia

Matteo Sanfilippo

Nel 1949 Theodor Adorno, appena rientrato in Europa, decretò che «scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro» e dichiarò impossibile comporre poesie. In breve tempo fu invece evidente che i poeti avevano scritto persino ad Auschwitz e non intendevano rinunciarvi adesso. Tanto più che proprio l’esperienza dei campi di sterminio ispirò grandi lavori, come la Todesfugedi Paul Celan («Wir schaufeln ein Grab in den Lüften da liegt man nicht eng / noi scaviamo una tomba nell’aria chi vi giace non sta stretto»).

Su «La Stampa» (4 aprile 2020, p. 4, intervista di Letizia Tortorello) Peter Schneider, autore di grandi romanzi da Lenz, tradotto in Italia nel 1975, a Gli amori di mia madre, tradotto nel 2015, risponde con maggior moderazione alla domanda sulle possibili conseguenze letterarie del Corona virus: «Tutti rileggiamo Camus e Boccaccio, solo gli stupidi scrivono un libro adesso. Un bel romanzo su questo tempo si farà forse fra dieci anni». Agli storici, che scrivono un genere minore di racconto e sono obbligati a seguire più da vicino le vicende quotidiane, non è dato purtroppo questo respiro e quindi devono cercare, subito e stupidamente, alcuni fili conduttori in quanto è successo.

Tali fili sono probabilmente mere banalità, ma forse proprio per questo talvolta trascurati. Il primo filo è che, da quando è stata inventata la scrittura e quindi la possibilità di tramandare gli avvenimenti, sono riportate notizie di pestilenze, antenate della nostra pandemia. In queste settimane di clausura i media hanno più volte rammentato la Spagnola, l’influenza che nel 1918-1920 colpì 500 milioni di persone su una popolazione planetaria di 2 miliardi e mieté dai 50 ai 100 milioni di vite. E qui appare in trasparenza un secondo filo: il body count non è mai chiarificatore, perché queste malattie spengono chi è già malato di altro e si innestano in situazioni particolari. L’esito micidiale della Spagnola fu favorito dal conflitto appena terminato e quindi dall’indebolimento provocato da fame e guerra. Un abbinamento ben noto sin dai primordi dell’età moderna, come attesta una celebre xilografia di Albrecht Dürer del 1498. Dopo la Guerra dei Cento Anni e la Peste Nera, i quattro cavalieri dell’Apocalisse rappresentano l’attività bellica, la violenza, la carestia e la pestilenza. 

Oggi alcuni siti propongono hit-parade delle pandemie nella storia. Si comincia con epidemie di cui non conosciamo la causa (forse morbillo o vaiolo), per esempio quella intitolata all’imperatore Antonino, che nel 165 d.C. fece almeno 5 milioni di morti e fu portata dalle armate romane di ritorno dalla Mesopotamia. Poi abbiamo le pesti: quella di Giustiniano, 25 milioni di morti tra 541 e 542 d.C., sempre mossasi dal Medio Oriente verso Occidente, e soprattutto la Morte Nera del 1346-1353 (ma in realtà ripetutasi a intervalli regolari sino al 1480), che in sette anni portò via dai 75 ai 200 milioni di persone nei tre i continenti del Vecchio Mondo. Quest’ultimo a fine Quattrocento scopre il Nuovo, le Americhe, e le occupa utilizzando non tanto le armi, quanto le malattie, ovvero un cocktail di influenza, malattie respiratorie, rosolia, leptospirosi che spazza da un quarto a un terzo degli autoctoni, minandone ogni possibilità di resistenza. Si riprende con il colera, che parte dall’India e si diffonde prima in Asia e in Europa, quindi in America e Africa: l’epidemia del 1852-1860 fece 1 milione di morti, quella del 1910-1911 appena 800 mila. Nel 1889-1890 cominciano le influenze, con la cosiddetta russa, anche qui un milione di morti, e a seguire la spagnola, l’asiatica che nel 1957-1958 provocò tra Asia e America da 1 a 4 milioni di morti, la Hong Kong che seguì lo stesso cammino tra 1968 e 1969 con 1 milione di decessi, la cinese del 1988. Infine abbiamo le malattie veneree. La sifilide ha avuto una durata lunghissima: infatti la prima grande epidemia scoppia a Napoli nel 1495 tra le truppe spagnole e la malattia non è ancora completamente debellata, nemmeno nell’Occidente. l’HIV/AIDS ha provocato 36 milioni di decessi dal 1981 a oggi, iniziando la curva discendente nel nostro secolo, quando comunque tra i 30 e i 35 milioni di persone ne sono contagiati.

Sempre nel nostro secolo si studiano con preoccupazione i salti di specie, le malattie che passano da animali ad umani. Agli inizi del millennio alcuni ricercatori hanno pensato che l’influenza aviaria avrebbe garantito il salto esiziale. Poi, almeno nel 2002-2004, è sembrato che il fenomeno fatale sarebbe stato legato alla SARS, una forma di polmonite dovuta al virus SARS-CoV e quindi parente della nostra pandemia. E qui abbiamo un terzo filo, quello delle previsioni catastrofiche. Se gli scienziati da due decenni si chiedono quale potrebbe essere il Big One, la pandemia che tutto porta via, romanzieri e artisti elaborano incubi analoghi. Non riflettono a posteriori sulle conseguenze delle epidemie, un tema approfondito sin dalla antichità, si pensi a quanto scritto da Omero, Boccaccio, De Foe, Manzoni, Poe, Camus. Preferiscono invece inventare la genesi e gli sviluppi di una catastrofe (semi?) definitiva. Leggete The Stand (1978) di Stephen King (ma anche Cell, 2006, dello stesso autore) oppure guardate il film Contagion(2011) di Steven Soderbergh e vedrete come molto di quanto sta accadendo è già stato prefigurato e quasi atteso. Ma qui scivoliamo dal Corona e la storia, al Corona e le storie.

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