Epidemia, società civile, cultura: qualche pensiero breve

Filippo Grazzini

Una epidemia rapida, temibile, diffusissima, modifica radicalmente la nostra vita pratica e rende inquieta la nostra esistenza interiore. E’ così, in Italia più ancora che nel mondo, per tutti: donne e uomini, governanti e governati, vecchi e giovani, docenti e studenti. Il distanziamento sociale, ossia l’autoreclusione nelle nostre abitazioni, ci viene ora chiesto dalle autorità come unico possibile scudo contro il Covid-19, in attesa che la scienza produca un vaccino. Il sacrificio va fatto: la disciplina di una società, consapevole che nel rispetto della legge è la vera tutela di ciascuno dall’arbitrio  degli altri, rivela in certi momenti il grado della sua civiltà.

Certo, l’eccezionalità del momento non deve farci dimenticare il senso della libertà individuale, costitutiva dello stato di diritto; ma chi intende la particolarità  del momento per la salute pubblica, per l’economia, per il lavoro, per il sistema dell’educazione, dà un segno di maturità. Tra le nostre risorse noi disponiamo della cultura umanistica e della comunicazione quella dei libri, delle riviste, delle banche dati su internet, dei quadri, delle fotografie; e ne facciamo pratica con la didattica a distanza che tutta Unitus – con il Disucom ben dentro – ha animosamente organizzato, e gli studenti mostrano di accettare come sfida. È la cultura di quelli che non si annoiano se devono stare a casa, perché amano il mondo di fuori, ma sanno scavare anche dentro.

Sulla malattia che contagia e sconvolge le relazioni interpersonali grandi scrittori hanno lavorato, per proiettare il dramma del qui-e-ora su uno schermo più grande, e dare maggiore consapevolezza e dignità chi fa questa dura esperienza. Narrare una epidemia, descriverla, storicizzarla, integrare la sua verità con dati di una fantasia moralmente orientata, individuarvi i principi della psicologia collettiva, intellettualizzarla e interpretarla (con la fede, con il senso dell’assurdo, con il valore della solidarietà): la grande letteratura, antica e moderna, ci accompagna, ci fa luce. E se anche non direttamente ci conforta, ci testimonia che uomini prima di noi hanno pensato alla nostra condizione, ci hanno comunicato messaggi, consigli, moniti, ci hanno trasmesso la vitalità dell’intelligenza e dell’arte.

È la grande letteratura di Tucidide, che, negli ultimi decenni del V secolo a. C., all’interno del Libro II della Guerra del Peloponnesorievoca la peste recente di Atene, le incertezze dei medici, le dicerie (fake news…) sulla sua origine, l’orrore di uomini  e animali, facendo da modello per il Lucrezio del De rerum naturae per il Virgilio delle Georgiche. Di Giovanni Boccaccio, che nel Decameron (1351-53 circa) contrappone alla Firenze orribilmente contaminata dalla peste nera il ritiro dei saggi in quarantena, la loro vita morigerata  e i frutti della  loro prudenza. Di Daniel Defoe, che nel Journal of the Plague Year (1722) dà un saggio di realismo pseudo-documentario, riportando alla memoria la Londra contagiata di oltre mezzo secolo prima. Di Alessandro Manzoni, che nei capitoli XXXI-XXXII dei Promessi sposi ricostruisce, con cristiana pietà, sentimento romantico, razionalità illuministica e rigore storiografico la peste di Milano del 1630, illustrando atti eroici, superstizioni, fanatismi. Di Albert Camus, che con Le peste (1947), uno dei grandi romanzi del Novecento, metaforizza nella città di Orano in lotta contro il contagio non solo la Resistenza europea al nazifascismo, ma la condizione stessa della collettività umana.

Il Coronavirus non è la peste e non dobbiamo disperare; ci è chiesto, però, un senso di responsabilità. La cultura umanistica può riempire le nostre lunghe giornate, renderci pensanti e meno soli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *