Coronavirus: pensieri sotto la lente

Chiara Mezzetti

Per accendere un fuoco bastano una lente d’ingrandimento e un’esca (ad esempio un foglio di giornale). Posizionare la lente vicino all’esca, in modo che la luce del sole ci passi attraverso. Si formerà un piccolo cerchio luminoso. Pazientare da pochi secondi a quattro ore, a seconda dell’intensità della luce solare, e man mano il fuoco si accenderà. 

L’ho imparato leggendo il Manuale delle giovani marmotte. L’ho letto e riletto decine di volte, con la foga e la meraviglia che solo un bambino può avere. Spiegavano come fare un doppio nodo inglese, come costruire un rifugio di fortuna, come orientarsi solo con l’orologio e leggere le costellazioni. 

Lo sfogliavo e sognavo anche io di partire all’avventura come Qui, Quo e Qua con un cappello alla David Crockett in testa e il coraggio nel petto. Ero convinta che quelle tecniche prima o poi mi sarebbero servite, che poteva capitare da un momento all’altro l’avventura, ché lei mica ti avverte, ti travolge e ti butta dentro. 

Oggi ci ritroviamo tutti persi al centro del bosco, chiusi in una gabbia che però è l’unico mezzo per salvarci la vita da una bestia feroce e silente: il coronavirus. L’avventura è arrivata, ci ha buttato dentro senza avvertire. Siamo rimasti intrappolati come esche sotto la lente. La luce è passata attraverso la lente, ha fatto un cerchio piccolissimo al centro delle nostre anime. E ora man mano il cerchio si sta allargando. Non è dato sapere se e quando il fuoco si accenderà. Quanto tempo abbiamo ancora prima di impazzire, deprimerci, perdere la speranza. 

Alla storia che la quarantena stia tirando fuori il meglio di noi io non ci credo, ma non credo neanche il contrario. La lente non rende più belli o più brutti, ingrandisce e basta. Fa vedere più da vicino ciò che siamo, i nostri pori dilatati, la nostra umanità nuda, ci fa scoprire quei lati minuscoli di noi stessi che avevamo dimenticato come polvere negli angoli. C’è del bello e del brutto sotto la lente, ma tutto è gigantesco. Le passioni degenerano in ossessioni, la paura in terrore, i sentimenti esplodono, le opinioni si estremizzano. E allora chi canta, corre su un balcone a urlare. Chi disegna, fa striscioni di arcobaleni da appendere fuori. Gli innamorati si incontrano davanti a un banco dei surgelati per sussurrarsi da dietro una mascherina “ti amo” “ti amo anch’io”. Le mamme cassaintegrate da tutto, ma non dall’essere rifugio e casa, dicono andrà tutto bene. Anche se non lo sanno. Nessuno lo sa.

Ci sarà un “mondo dopo”. Come è stato con il Muro di Berlino. Prima e dopo. Come è stato con l’invenzione del Web. Prima e dopo. Come è stato con l’11 settembre. Prima e dopo. Prima e dopo il coronavirus. E questo non deve essere necessariamente un male, ma non possiamo pretendere che sia un bene a prescindere. Dipenderà da noi, da questa nostra democrazia che oggi più che mai ci sta mettendo alla prova, perché oggi più che mai la nostra vita dipende da quella degli altri e viceversa. Oggi sotto la lente noi ci vediamo deformati, un noi che ormai può avere solo valore inclusivo. Ora il nostro compito è imparare a capire la lente, interpretarne le dimensioni e le grandezze. Riuscire ad affacciarci oltre la gabbia al centro del bosco e osservare le costellazioni. Imparare a leggerle per orientarci in questo nuovo cielo, camminare in questo nuovo mondo. 

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