E ora … su la maschera

Giovanni Fiorentino

La maschera è un simulacro analogico, un artefatto culturale, uno strumento sanitario. “Finto volto, di cartapesta, plastica, legno o altro materiale – si legge nel Dizionario Treccani – riproducente lineamenti umani, animali o del tutto immaginari e generalmente fornito di fori per gli occhi e la bocca; può essere indossata a scopo magico-rituale, bellico, di spettacolo, di divertimento, o semplicemente per non farsi riconoscere”. La maschera può essere uno strumento di protezione che segnala la necessità di proteggere il volto dai colpi avversari, in guerra come nella sfida sportiva. O ancora, un’opportunità di espressione e comunicazione: quella di nascondersi, o mostrarsi con elementi cristallizzati, in situazioni anche molto diverse, dal rituale, alla festa o persino nel momento funebre. 

C’è una tradizione legata al mascheramento insita nella festa e nello spettacolo di piazza. Mascherarsi a carnevale diventa piacere mutante e trasformista, elemento ludico amato nel gioco dai bambini, tanto che le maschere si raccolgono e con loro si gioca costantemente, in maniera ricorrente.  La commedia dell’arte con gli archetipi di Pulcinella ed Arlecchino sono un punto di riferimento, le maschere di carta vendute negli anni Settanta e Ottanta, a poche lire, nei carnevali dell’infanzia, un ricordo intenso: Pulcinella e Zorro su tutti.

La maschera ritorna nell’immaginario moderno, con una certa energia nella letteratura, nella radio, nel cinema, nel fumetto, nella televisione: l’eroe spesso è mascherato, deve nascondere la sua vera identità per assumerne una molto diversa dalla sua. La maschera di ferro in letteratura con Alexandre Dumas, Il vendicatore mascherato (The Lone Ranger) a partire da una serie radiofonica nell’America degli anni Venti, Zorro, che debutta nel 1919 con un romanzo a puntate, The Curse of Capistrano di Johnston McCulley, uscito su “All Stories” il 9 agosto 1919 per approdare un anno dopo al cinema con l’interpretazione di Douglas Fairbanks. E l’elenco prosegue da una parte con Spiderman e la schiera di eroi Marvel, dall’altra con Batman e la Dc Comics, o con gli eroi Disney, Paperinik in albi di carta e Gli incredibili, già nati digitali, o ancora l’italiano Diabolik che nasce al principio degli anni Sessanta. La serie potrebbe essere infinita, per approdare alle vicende più recenti dei poliziotti di Tulsa mascherati per conservare l’anonimato in Watchman, rivisitati nella splendida serie HBO creata da Damon Lindelof (https://www.hbo.com/watchmen), o in ultimo alla fortuna della maschera di Dalì proposta nella serie spagnola La casa di carta. La maschera diventa strumento identitario riconoscibile e immaginario proposto come segno che costruisce scarto e immediato richiamo al prodotto dell’immaginario seriale, a una certa idea, a un elemento trasgressivo o comunque a una traiettoria del pensiero e dell’immaginario che ci scivola accanto, ci avvicina e qualche volta ci conquista e ci prende.

La maschera oggi, elemento ricorrente nel corso delle epidemie del Novecento, per esempio il caso della Spagnola, è diventata uno strumento tragicamente essenziale per alcune categorie sociali, i medici e gli infermieri su tutti, i malati e, per tutti noi, quando dobbiamo – per lavoro o necessità quotidiane – entrare in contatto con altre persone e praticare relazioni sociali. La mascherina sanitaria, quella più semplice che protegge dal contatto di liquidi e goccioline, cosi come quella più complessa, con valvole e accessori, che rimanda immediatamente a un immaginario fantascientifico straordinario e smisurato, esplorato intelligentemente nell’ultimo numero di “Wired” dall’immaginario cyberpunk dell’artista giapponese Hiroto Ikeuchi,

come nel diario visivo del fotografo dell’Agenzia Contrasto, Tommaso Ausili, dedicato al personale sanitario (https://www.instagram.com/tommasoausili/).

La maschera è diventata immediatamente, estensione e protezione del volto, medium – avrebbe detto semplicemente Marshall McLuhan – che ha spinto sartorie, brand globalizzati e aziende tessili della moda italiana a proporre produzioni specifiche in supporto alla carenza incredibile di accessori sanitari: come in tempi di guerra, si converte eticamente la produzione. Lo hanno fatto Prada, Ferragamo, Marzotto, Drome, Les Copains, Calzedonia, Plissé per rimanere al Made in Italy, senza dimenticare le esperienze apripista di Fendi e Gucci (https://www.elle.com/it/moda/ultime-notizie/a31895286/coronavirus-emergenza-mascherine-moda/). Le tattiche del consumo, interpretano il presente e preparano da sempre il futuro. 

Insomma ognuno di noi, tra poco, avrà la sua mascherina personalizzata, tratto identitario e di distinzione, oggetto ludico oltre che strumento di salvezza, accessorio estetico e pratica di salute. Ognuno faticosamente dovrà indossarle, dimenticando il suo volto e quello degli altri. Oppure, sognerà le vicende di un supereroe diverso, ne immaginerà i tratti. Dietro la sua personalissima mascherina salvavita, potrà visualizzare e immaginare una vita diversa. Ognuno di noi, da domani, sentirà che quel piccolo oggetto lo potrà – nei suoi sogni – anche trasformare in qualcosa di migliore. Proprio come quell’infermiera che generosamente l’ha indossata per una notte intera, che ne porta oggi ancora i segni sulla pelle del suo viso.  E domani le cicatrici, nella vita che verrà.

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