Studenti e Covid19

Rossella Cravero

«Ho sempre fatto fatica ad abbracciare mio padre, a dirgli ti voglio bene. Questa volta ho avuto paura. Ho pensato che sarei potuto tornare a casa troppo tardi. Che il virus rischiava di bloccarmi a Viterbo, o che una volta rientrato, tristi sorprese mi avrebbero potuto accogliere». Roberto L20

«Se non finisce questa quarantena, se non posso tornare in quella mia stanza, sporca incasinata, stretta e anche un po’ buia, credo di poter andare al manicomio. Ma come ho fatto a resistere per quasi venti anni con i miei genitori? Ogni giorno, quel richiamo ancestrale di mia madre: “a tavola”, con la a che si trascina come a voler sfamare tutti gli inquilini del palazzo, mi fa scattare i nervi. E pensare a tutte le volte, che da fuori sede, mi è pesato fare la spesa, la lavatrice e mi sembrava orribile quel letto sfatto per giorni! La libertà, non avevo ancora capito quanto valesse. Ci voleva il Covid-19 a darmi questa lezione». Lucia L10

«Dividere il bagno con mia sorella è la vera tortura. Ci ha messo un attimo, da quando sono andata a studiare fuori, ad occupare tutta la mensola sopra il lavandino. Non ho spazio neanche per posare una spazzola. E’ una guerra al centimetro, tutti i giorni. Per non parlare dell’orario delle lezioni online, sembra ci abbiano preso la mira a farle coincidere e far scoppiare giornalmente la battaglia del wifi». Sofia L20

«Non avrei mai immaginato di sentire mio padre chiudersi a chiave in camera. E se mi avessero detto che sarei andato a bussargli per domandargli: tutto bene? Avrei risposto che non sono un tipo da reality. E invece l’ho fatto. E la cosa peggiore è stata la risposta: “In questa casa non c’è più uno spazio proprio, tutti i ritmi sono stati stravolti. Per parlare in pace con tua madre devo chiudere a chiave la porta della camera”.  Mi ha guardato negli occhi e mi ha detto che sono diventato “debordante”. Che stare fuori casa mi ha stravolto le abitudini, dice lui. Sono rimasto in silenzio. Non mi do pace». Massimo L10 

Le parole rotolano veloci, quando i ragazzi tra le righe protette di una mail o nella confidenza di una chat privata, possono svelare emozioni forti e contrastanti. Il rientro in famiglia, la convivenza forzata può assumere il volto salvifico del nido ritrovato o quello della gabbia soffocante, dipende dalle storie passate di ognuno. 

In tutta Italia le stime parlano di 570mila studenti fuori sede. L’Università della Tuscia, seppur con numeri più ridotti, non fa eccezione e tanti sono i ragazzi che hanno lasciato le loro stanze in affitto, condivise con altri studenti, per fare ritorno in famiglia. 

Alcuni che, durante l’anno, non si sono trasferiti in maniera stabile a Viterbo, hanno adottato il ritmo di un pendolarismo che li tiene fuori casa per l’intera giornata, tra viaggio e frequenza in ateneo: anche per loro l’impatto di una permanenza h24 a casa, per il Covid, ha comportato delle modifiche. 

Quanto ci siamo soffermati a riflettere su questa mutazione connessa al ritorno a casa di ragazzi, ormai lontani? Focalizzati sul peso della costrizione domestica e sulla rinuncia al sociale, si è analizzato con minore attenzione questo fenomeno di nuovo apparentamento, non consapevolmente scelto.  

Nel bene e nel male, come in tutte le cose, le convivenze al tempo del Covid hanno mostrato il volto di nuove relazioni. I figli rientrati in casa dopo anni di vita indipendente, non potevano essere gli stessi di quando, ai tempi del liceo, la dimora familiare era il loro unico rifugio. 

Ma come è stato questo ritrovarsi? Le testimonianze raccolte da alcuni studenti dimostrano come, non solo, le storie familiari passate abbiano dettato le regole di questa nuova condizione, ma anche la maturazione e la crescita che è scaturita da nuove esperienze, li abbia modificati nel loro essere.  

Quello che è certo è che, da ambo le parti, nella relazione genitori figli, c’è stato il periodo del distacco che ha generato una mutazione. 

Ed ecco che alcuni, partiti con un senso di liberazione, sono riusciti a tornare con una voglia di accudimento che non immaginavano nemmeno di aver tenuta sopita per così tanto tempo. Per altri l’indipendenza raggiunta, spesso vissuta come una necessità, come un adattamento a una condizione indispensabile di sopravvivenza, si è invece rivelata una condizione ormai indispensabile. 

Poi c’è un capitolo a parte, quello degli adulti, dei genitori, anche loro catapultati in nuovi ritmi quotidiani. Alcuni, che avevano vissuto la sindrome del nido vuoto, possono aver trovato in questo periodo, una tregua a quel senso di vuoto e distacco vissuto con malessere all’inizio dell’anno accademico. Altri, che nella distanza avevano trovato una pausa al difficile confronto caratteriale, hanno riproposto vecchie dinamiche con cui fare i conti. 

Un varco può aver fatto breccia negli antichi cammini, portando una luce differente. Sicuramente, anche l’aria di casa, ai tempi del Corona, ha cambiato la sua consistenza. 

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