Nello specchio del Decameron. L’invenzione di Boccaccio, il contagio e una immagine di noi

Filippo Grazzini

Lungo un buon tratto di tempo, dai primi fino verso alla conclusione di marzo, l’Italia ha occupato il primo posto nella tragica classifica mondiale per numero di vittime del Covid-19. L’epidemia ci è divenuta familiare. Un altro primato abbiamo, tutto nostro: italiano è il primo grande libro di novelle di una letteratura nazionale dell’Occidente, meritevole della nostra confidenza. E oggi più che in altri momenti ci attrae l’ideazione di Giovanni Boccaccio. Egli costruisce come cornice delle altre cento la novella di una piccola comunità di fiorentini che decide e attua, per proteggersi da una epidemia, una particolarissima autoreclusione. Diffusasi inarrestabile per l’intera penisola e per l’Europa, la peste nera dovette fare (impossibile avere certezza delle cifre) nella sola Europa oltre venti milioni di vittime, forse settantamila a Firenze; ci volle un secolo per un ritorno all’incremento demografico. Da questa tragedia collettiva il Boccaccio trae lo spunto per il suo capolavoro. Nello specchio della grande letteratura si riconosce la verità della vita? Proviamo a vedere se l’invenzione di uno scrittore di quasi sette secoli fa assomiglia la realtà di questi nostri giorni di distanziamento sociale, lutti, dubbi di scienziati e affanni di pubblici amministratori.

L’ “orrido cominciamento” posto in apertura del Decameron fotografa aspetti dell’epidemia con una precisione a tratti impietosa. Non senza una ragione etico-letteraria. Davanti alla rappresentazione iniziale dello sfacelo di Firenze, corpi animi luoghi case, risaltano la saggezza e la costanza di sette giovani donne e dei loro tre compagni che scelgono una vita ritirata e rispettano le prescrizioni che la loro società in miniatura si è data. La storia-contenitore serve ad allontanare, passo dopo passo, il Male; il racconto sale progressivamente verso la consapevolezza e la virtù: un diagramma della vita come felicità possibile che ricalca certi tratti di quello della Divina Commedia.  Ma al di là di strategie e mentalità di un narratore medievale, l’Introduzione del Decameron mostra connotati affini al nostro presente. Se non ci consola, questo almeno ci fa intendere che la specie umana non si trova per la prima volta di fronte a una difficoltà del genere del Coronavirus. Sentiamo la cosa come nostra, nell’ordine dei fenomeni umani, siamo un poco meno disorientati, possiamo meglio fronteggiarla.

Nei primi paragrafi dell’Introduzione viene da chiedersi se non stiamo leggendo in realtà la scaletta del Telegiornale. Si tratta di un’epidemia “nelle parti orientali incominciata”, che poi “verso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata”; Firenze, dove la malattia infuria “infra il marzo (proprio il marzo, come nel 2020!) e il luglio vegnente”, è stata “da molte immondizie purgata (…) da oficiali sopra ciò ordinati e vietato l’entrarvi dentro a ciascuno infermo e molti consigli dati a conservazion della sanità (…)”. Corrispondenze esatte, una per una. La prima: il virus venuto dalla provincia cinese dell’Hubei, la sua probabile prima presenza in Germania ma la sua propagazione inarrestabile nel Lodigiano, nell’area euganea, nella Bergamasca e a Brescia,  la sua diffusione in Europa, il suo approdo in America. La seconda: il gran lavoro attuale delle Municipalizzate dei rifiuti nelle nostre città (mai così capace come adesso Ama di  tenere pulite le strade di Roma…). La terza: le zone rosse e il divieto di transitare da un Comune a un altro, le ordinanze comunali o regionali e i Decreti del premier Conte, la loro applicazione difficile, anche perché tra i  “ministri ed essecutori di quelle” sono “morti o infermi”. Nell’affanno o nel vuoto delle istituzioni, “né consiglio di medico né virtù di medicina alcuna pareva che valesse o facesse profitto”, trattandosi di un morbo fin lì ignoto: impotenza e incertezze nell’approntamento di piani terapeutici si ritrovano nel presente.  Lo spazio vuoto dell’opinione collettiva favorisce oggi il rapido inserimento di due soggetti collettivi speciali. Uno è la fitta schiera degli pseudoscienziati e dei retroscenisti, diffusori sui social di notizie non verificabili; sono l’aggiornamento dei “medicanti, de’quali (…) senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo”, che il Boccaccio menziona. Sostengono che il Covid-19 è un prodotto intenzionale dei laboratori di Wuhan, diffuso dalla Cina  per colpire le economie rivali (il tributo di vittime in patria è un  prezzo modico pagato alla Ragion di stato); o che da parte cinese  un complotto non c’è stato, ma una grave disattenzione degli addetti sì: avrebbero perso il controllo del microrganismo assassino in quegli ambienti asettici.  L’altra è la chiesa cattolica, ben altrimenti meritoria nel suo soccorso alle anime, guidando un tempo come adesso “umili supplicazioni (…) a Dio” fatte dalle divote persone”. Emargina, grazie alla sua presenza, tendenze irrazionali, che nel 1348 motivavano la peste per via astrologica “con operazion’ de’ corpi superiori”. Contiene  le frange degli apocalittici e dei colpevolisti planetari, che Boccaccio riferisce persuasi di una epidemia  “per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali”; si adegua al divieto di riunioni di preghiera nei luoghi di culto (la Pasqua celebrata online è senza precedenti);  funge quasi, in condizioni eccezionali, da religione di  stato (inavvertibili sui mass media le voci del cristianesimo protestante e ortodosso, dell’ebraismo, dell’ islam): grande seguito e commozione hanno prodotto il 15 marzo  il cammino a piedi di papa Francesco nel centro vuoto di Roma, per venerare il crocifisso di S. Marcello al Corso e implorare la fine del contagio, poi il 27 marzo la sua preghiera solitaria davanti alle telecamere e alla piazza San Pietro interdetta a qualsiasi fedele. Intanto però il contagio è inarrestabile, come lo era quasi sette secoli fa. Avviene sia tra gli umani, “per lo comunicare insieme”, sia tramite oggetti: ogni cosa di un infermo “pareva seco quella cotale infermità nel toccator transportare”; addirittura –per la nostra attuale sensibilità è forse l’acme drammatico dell’illustrazione boccacciana– con salto di specie, nel Decameron dall’uomo all’animale. Abbiamo negli occhi i filmati terribili dei mezzi dell’esercito che, con il pietoso favore della notte, portano via le bare da Bergamo, o il loro accatastamento in chiese e cappelle; le immagini delle fosse comuni scavate e riempite nel Bronx. Troviamo il corrispettivo nel cupo resoconto boccacciano di sepolture frettolose, collettive e con il conforto minimo o nullo di riti funerari. Tra quanti sopravvivono a Firenze alcuni girano “portando nelle mani chi fiori, chi erbe odorifere e chi diverse maniere di spezierie, quelle al naso ponendosi spesso” temendo l’aria stessa contagiata: oggi speriamo di proteggerci con le mascherine, strumenti un poco meno rudimentali. Altri “fatta lor brigata, da ogni altro separati viveano e in quelle case ricogliendosi e racchiudendosi (…) si dimoravano”.

Nel grande libro dell’antica narrativa italiana le sette giovani donne e i tre cavalieri che s’inventeranno novellatori scampano all’ epidemia uscendo arditamente dalla città una mattina presto e rifugiandosi in un loro possedimento campestre. Finché è stato consentito, parecchi italiani previdenti e agiati hanno lasciato -erano i primi di marzo- i loro domicili abituali per le loro seconde case.  Da qui, a ben vedere, il Decameron comincia un po’ a prendersi le sue libertà di opera d’arte. La quarantena della lieta brigata è comodissima: narrandosi storie, recitando poesie, cantando e ballando, ben nutriti e riveriti dalla servitù, i dieci passano (per evitare di ricevere visite moleste) da una prima a una seconda villa, entrambe ariose e tra incantevoli giardini. Peraltro osservano con rigore le regole di convivenza fissate al principio dell’avventura: mutuo rispetto, compostezza in atti e parole, igiene, astinenza sessuale (incuriosisce apprendere da farmacisti che la richiesta di contraccettivi e stimolanti in questo periodo si è molto ridotta). I dieci novellatori ignorano i sacrifici, gli espedienti e i compromessi quotidiani a cui sono costretti oggi i milioni di italiani che fanno vita di famiglia, padri figli nipoti, tra metrature limitate e disputandosi il solo portale disponibile per la didattica a distanza… Né la cornice del Decameron, con il suo resoconto turbato della spietata indifferenza degli uni verso altri tra i fiorentini terrorizzati dal morbo, può dare notizia di ciò che invece oggi ci dà speranza: la solidarietà tra le persone comuni e l’abnegazione di medici, infermieri volontari. Così in certo modo la vita si riprende sé stessa, riportando la letteratura alla dimensione sua propria? Non senza un poco d’ invidia. Dopo l’ultima giornata di novelle, passati proprio quattordici giorni dall’inizio dell’autoreclusione, la brigata rientra ordinatamente a Firenze, per sottrarsi a qualsiasi eventuale biasimo sociale o pettegolezzo e per evitare che subentri la noia. Boccaccio non sente il bisogno di precisare che l’epidemia è finita, che la normalità è tornata. Vorremmo essere quei dieci novellatori; siamo invece noi, nell’ Italia del 2020, davanti all’incertezza dell’unlockdown e della fase due.

Citazioni da G. Boccaccio, Decameron, a cura di V. Branca, Torino, Einaudi.

Sulla piattaforma MLOL, Media Library Online, di Unituscia, è attualmente visibile Meraviglioso Boccaccio, di Paolo e Vittorio Taviani (2015), adattamento per il cinema della novella-cornice e di altre cinque novelle del Decameron.

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