La Quarantena alla fine del mondo. Per ricordare Luis Sepúlveda

Sara Balzerano

C’è un uomo che ha avuto un suo personalissimo lockdown. Non un destino in esclusiva, attenzione, ma una comunione di sorte affrontata e condivisa. Questo destino e questa comunione egli li ha raccontati con il privilegio della parola scritta e lo ha fatto con una tale grandezza che pare aver raccolto nella sua penna le voci di chi era con lui, quasi a creare una vita sola nella molteplicità delle singole esistenze. 

Novecentoquarantadue giorni. Tanto è durato il suo confinamento. 

Il luogo, Temuco: un nome che lì, alla fine del mondo, nel posto che egli chiamava casa, evocava mostri e nero e il buio più cattivo che potesse esistere.

Però a questo buio, a questo nero e a questi mostri, lui e i suoi compagni non hanno voluto darla vinta, mai, finché hanno potuto, finché hanno resistito, finché sono stati. E si sono organizzati affinché il tempo diventasse, nonostante tutto, un alleato nella personale costruzione di sé. Lezioni di storia, di economia, di letteratura, di lingua, di cucina si inseguivano e susseguivano, esattamente come a inseguirsi e susseguirsi erano l’ansia dell’attesa, la paura per il presente, una qualche speranza, per quanto forzata, per il futuro. Un’organizzazione autonoma e autarchica che ha portato loro un partecipare prima che un subire.

Il segreto pareva essere tutto lì: non smettere mai di muoversi anche nel fermo forzoso di una bolla stagnante.

Ogni due settimane, egli usciva dal suo confino. Saliva su un camion con una mascherina che gli copriva il volto per intero, si stendeva sul fondo del cassone che era stato in precedenza riempito di letame e si metteva in marcia verso un posto che egli stesso definiva “nessuna parte”. I guanti non servivano, perché le mani, durante l’intero tragitto, erano tenute incrociate dietro la testa. La distanza di sicurezza era mantenuta, tra gli occupanti del camion e il mondo fuori, a forza di fucili puntati e colpi sparati a caso, sul mucchio, o verso chiunque rappresentasse una minaccia. 

E qui il contagio era aria fresca, parole di conforto, un pacchetto di sigarette, un fiore, uno sguardo che dicesse che no, non erano soli. 

Meta del viaggio, una caserma, Tucapel, strano negozio nel quale militari, paramilitari e neofascisti erano decisi ad acquistare confessioni su piani di invasione, attacchi terroristici, attentati a persone o infrastrutture, anche se tali merci, in realtà, non esistevano. Poco importava. Ciò che contava era poter pagare, sempre, con la stessa moneta: elettrodi all’ano, ai testicoli, alla lingua alle gengive, unghie dei piedi sollevate, e – per i più meritevoli – un soggiorno nel cubo, abitacolo sotterraneo che misurava un metro e cinquanta sia in lunghezza sia in altezza sia in larghezza, un tempo usato per incamerare il grasso e il cui fetore riusciva a essere nascosto da quello degli escrementi di chi lo occupava. 

Dal proprio personale lockdown , quest’uomo alla fine è uscito, grazie all’intervento di Amnesty International. E poi si è mosso, ha camminato senza fermarsi mai fino a toccare la frontiera scomparsa. Ha visto e ha scritto. Ha scelto e ha difeso, senza astenersi, gli ultimi, l’ambiente, la libertà. Ha restituito la dignità con parole, carta e inchiostro. Ha ricordato. Ha raccontato: i compagni dei suoi novecentoquarantadue giorni a Temuco – Prigué erano chiamati, Prigionieri di Guerra (Iarte, professore universitario, Andrés Müller, scrittore e giornalista, Genaro Avendaño che fu “desaparecido”, Rudi Weismann, che morì di tristezza, Julio Garcés, cuoco, e Dulcinea, la sua gallina) – le donne e gli uomini imbarcati con lui sulle navi Greenpeace a bloccare nel porto giapponese di Yokohama le baleniere, i ragazzi del GAP – il Grupos Amigos del Presidente -, gli indios Shuar con i quali visse per sette mesi, le Brigate Internazionali Simon Bolivar nella quali si era arruolato e che in Nicaragua videro la vittoria del movimento sandista.

Quest’uomo si è mosso nella storia, l’ha costruita, ne è stato parte. Ha scritto per resistere alle certezze univoche, alle storture, ai valori negati, all’umanità schiacciata. Ha scritto per dare un nome e quindi memoria e quindi potenza ai reclusi, ai dimenticati, ai sottoscala polverosi abitati da ombre. Quest’uomo è stato Luis Sepúlveda. Il virus maledetto, che da due mesi ci ha costretto a reiventare la nostra normalità, ci ha strappato uno scrittore, un poeta, un giornalista, una personalità enorme, gigantesca. E questo strappo ha spalancato un buco nel cuore che può essere riempito solo dal ricordo vivo di tutto ciò che egli è stato. Non permettiamo che venga fagocitato da un gatto, una gabbianella e una frase sul timore di volare. 

Ecco perché faccio mia la stoccata lanciata da Concita De Gregorio. Perché i libri di Sepúlveda sono di quel genere magico e maledetto che li fa durare ben oltre l’ultimo punto dell’ultima pagina. Sono libri dalla voce grossa, che chiamano altri libri, che ti lasciano con le mani pruriginose e con la voglia di approfondire e capire e scoprire, che ti prendono per le spalle e ti scrollano forte. 

Anche solo guardando all’ultima sua opera “Storie ribelli”, edita da Guanda, la percezione che si ha è quella di trovarsi tra le mani un album di fotografie, nelle quali gli eventi globali assumono nome e volti di gente comune, e il cui fulcro, maledetto e terribile, è la dittatura del generale Augusto Pinochet: quasi una ringkomposition, che inizia con l’attacco al Palacio de la Moneda e termina con la morte del dittatore nel dicembre del 2006. Si raccontano tante altre vicende, naturalmente. Però, il golpe cileno è sempre lì, a gettare ombra su tutto il resto, esattamente come dovrebbero gettare ombra sullo scorrere quotidiano delle esistenze ogni ingiustizia, sopraffazione e crimine. 

Sepúlveda pare volerci dire, in questo suo libro e in tutti gli altri suoi libri, che non abbiamo il diritto di chiudere gli occhi, di tapparci le orecchie e di girarci dall’altra parte. Non abbiamo la possibilità di ignorare. Egli fa il lavoro sporco, dice nomi e cognomi, racconta vite e vicende, ci tiene fissi il mento e lo sguardo, ma a noi sta il dovere di non scordare, di chiedere, di capire. Di non permettere che la storia divenga essa stessa desaparecida

È per questo, per tutto questo, che non possiamo lasciare che Luis Lucho Sepúlveda venga banalizzato, che lo scrittore guerriero diventi marchio su magliette e felpe buone da vendere ai concerti. 

Credo che ciascuno di noi abbia l’imprescindibile debito di ricambiargli, almeno un po’, l’aria meravigliosa che i suoi scritti hanno regalato. Quell’aria che la malattia gli ha cavato via dai polmoni. Ridiamogli il respiro che gli consenta di vivere ancora e ancora e ancora. Fino alla fine del mondo.

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