Omero, l’epidemia e la difficile gestione degli equilibri

Maddalena Vallozza

Nelle discussioni più o meno dotte di questo strano, terribile periodo, molti hanno tentato di costruire cataloghi degli antecedenti letterari o storici dell’epidemia. Ne sono venuti fuori cataloghi diversi, per ricchezza e consistenza, ma tutti o quasi caratterizzati dallo stesso inizio: Omero appunto, l’Iliade, l’epidemia che scoppia nel campo dei Greci, o meglio degli Achei. Un Omero citato però spesso in modo frettoloso, se non infastidito, come inizio quasi obbligato di ogni analisi che voglia avere radici solide e ancorarsi a un passato davvero remoto, soprattutto nobilitante. 

Ma come e perché nell’Iliade, il primo testo della letteratura greca e dunque della letteratura occidentale, compare subito, in apertura, un’epidemia? Siamo ormai al decimo anno della guerra che gli Achei combattono per la presa di Troia e le vicende narrate nei 24 libri del poema coprono un arco di ‘soli’ 51 giorni. Evento cardine è infatti la menis, l’ira di Achille, entrato in conflitto con il capo della spedizione, Agamennone. 

In realtà sul piano narrativo l’epidemia precede la stessa ira di Achille, come Omero di colpo rivela, con una brusca domanda e una altrettanto brusca risposta (8-12, trad. Giovanni Cerri):

            Ma chi fu, tra gli dei, colui che li spinse a contesa? 

            Fu il figlio di Leto e di Zeus: adiratosi contro il re,

            scatenò sull’esercito un morbo maligno, e la gente moriva,

            perché il figlio di Atreo non aveva fatto onore a Crise, 

            suo sacerdote.

Naturalmente, sappiamo che il figlio di Leto è Apollo, e il re, il figlio di Atreo, è appunto Agamennone. Apollo si adira con il re ed ecco che, già al decimo verso dei circa 16.000 che compongono l’Iliade, compare l’epidemia che dilaga nell’intero esercito. A indicarla ricorre, per la prima volta, il termine nósos, malattia, che avrà tanta fortuna nel linguaggio tecnico della medicina e che qui si specifica come epidemia non solo per l’aggettivo che la connota, cattiva, maligna, kakén, ma anche per la sua rapida diffusione nell’esercito e per il gran numero di vittime che causa. 

Ma perché Apollo si adira con Agamennone e dunque perché «scatena» l’epidemia fra gli Achei? Per raccontarcelo, subito dopo (12-42) Omero mette in scena un dialogo, fra Crise, il sacerdote di Apollo, e Agamennone, il capo, appunto. L’equilibrio fra i due mondi, il divino e l’umano, ai quali Crise e Agamennone appartengono, si spezza, perché Agamennone, astioso e sprezzante, non accoglie, nella sostanza, ma anche nella forma, le richieste di Crise, che propone il riscatto della figlia, Criseide, peraltro dietro ricchissimo compenso. 

L’epidemia dunque nasce da una grave infrazione delle leggi che regolano il rapporto, equo e di giusta reciprocità, fra le due parti in causa, dalla difficile, errata gestione degli equilibri da parte di chi, preposto al comando della spedizione, più di ogni altro questi equilibri dovrebbe garantire e mostrare il pieno ascolto di chi, supplice e colmo di doni, a lui si rivolge, per una più che legittima, naturale richiesta. Così, Apollo non può non intervenire, scendere, «simile alla notte», e la conseguenza, inevitabile, è l’epidemia, che ora Omero finalmente descrive (50-52):

            All’inizio colpiva i muli ed i cani veloci;

            ma poi, sugli uomini stessi scagliando il dardo appuntito, 

            li bersagliava: senza posa, fitti, bruciavano i roghi dei morti.

Sono solo tre versi, ma la sintesi, nella sua netta scansione temporale, è perfetta: origine del male, persino con il ‘salto’ dagli animali all’uomo, andamento, intenso e veloce, conseguenze, con il sinistro moltiplicarsi dei roghi. 

Il rimedio, la cura? Per porre fine all’epidemia, Agamennone sarà costretto a restituire a Crise la figlia. Ma, di nuovo gestendo male gli equilibri, questa volta sul piano politico con i capi del suo stesso esercito, pretenderà come risarcimento la schiava di Achille, Briseide. Di qui, l’ira di Achille. E i 51 giorni, i 24 libri, i 16.000 versi nei quali l’ira «mali infiniti provocò agli Achei». Nei quali alla fine di nuovo Apollo trionfa, favorendo con Zeus il dialogo, la gestione, questa volta ottimale, degli equilibri persino tra Achille e Priamo, dopo la morte di Ettore. Quando l’epidemia ormai è lontana, ma la guerra continua.

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