La mia didattica ai tempi del CoViD-19

Alba Graziano

Mercoledì 4 marzo 2020

Le lezioni del secondo semestre sono cominciate da tre giorni alla Tuscia. Lunedì scorso ho incontrato gli studenti della triennale e quelli della magistrale per un’introduzione ai due insegnamenti di Lingua e traduzione inglese (“English in use: una grammatica per la comunicazione” e “Translating: from theory to practice”). Ho visto due bei gruppi da una cinquantina l’uno, con un interessante aumento delle presenze maschili ‒ per essere corsi di laurea di impostazione umanistica e letteraria (una L10 e una LM14). Sembrano tutti brillanti e partecipativi. Quest’anno accentuerò gli elementi umanistici nella didattica: oggi con quelli della magistrale abbiamo fatto un’attività di icebreakinge di affiatamento di gruppo all’aperto, siamo usciti dal laboratorio e siamo andati nel chiostro bianco della splendida sede di Gradi. Ho chiesto loro, tra l’altro, di raccontare ad alta voce la storia del loro nome e ne son venute fuori delle belle… Loro ancora non lo sanno ma ci ritorneremo su quando, per illustrare il perché del tradurre, ripartiremo propriamente “da Adamo ed Eva”, dai miti biblici di Adamo nomoteta e della Torre di Babele. 

           Lavoreremo come sempre di critical thinkingproblem-solving per accentuare la crescita della consapevolezza metalinguistica (e metacognitiva), di cui, bisogna dire, gli studenti provenienti dalla scuola italiana difettano un po’. Ma anche la dimensione digitale, che curo ormai da tempo riempiendo di risorse e attività la piattaforma dei materiali didattici UniTusMoodle, sarà rafforzata grazie all’introduzione di due nuovi tool elaborati all’interno del progetto Erasmus+, Eco/logical Learning and Simulation Environments in Higher Education (ELSE, www.elseproject.eu), che coordino dal 2018. Il progetto si propone di innovare la didattica universitaria e di formare i docenti (sarà ora di provarci!) introducendo un approccio flipped (“rovesciato”) all’apprendimento di contenuti e di competenze accademici, attraverso la proposta di giochi didattici di simulazione e di uno strumento digitale utile per verificare la comprensione di video selezionati per lo studio a casa: il tutto per facilitare l’attivazione della didattica in presenza in senso critico e cooperativo. 

           Quest’anno in particolare gli studenti della magistrale troveranno un Serious Game, un gioco didattico, che, attraverso un approccio metaforico (la storia di un giovane musicista che per lavoro si trasferisce di città e di casa) intende far cogliere le nozioni di base (le classiche wh- questionswhat? who? who for? why? how?) e al contempo le attitudini implicate dal tradurre. Il SG Moving House l’ho creato io tramite l’editor ECORE che EntropyKN (il nostro partner privato, esperto di Technology Enhanced Learning) ha disegnato per le esigenze del docente universitario: verrà giocato in classe a squadre, poi ancora a casa individualmente, e ne verrà condiviso il rationale e valutata l’efficacia. A seguire, alcuni video di esperti internazionali dei Translation Studies verranno “taggati” dagli studenti attraverso EVOLI, il tool messo a punto dallo HOC-Lab, il partner del Politecnico di Milano, perché in classe si discuta e si approfondisca direttamente quello che non hanno compreso e si attivino ulteriori spunti di ricerca e di approfondimento. Se il partner della University of Cyprus (SEITLab) facesse in tempo a completarne la realizzazione, si potrebbe anche pensare di sperimentare entro la fine dei corsi il terzo prodotto digitale di ELSE, una EDASH per l’(auto)valutazione dell’intero percorso degli studenti, della loro partecipazione alle attività su Moodle così come dei risultati quantificabili derivanti dagli altri due tool. Vedremo!

Lunedì 18 maggio 2020

Sono passati due mesi e mezzo: da oggi grazie al più recente DPCM (acronimo che abbiamo imparato a temere e venerare come la Pizia… ma questa volta pare che siamo davvero al turning point…) si riapre, si ricomincia ‒ almeno in parte, con prudenza, molta prudenza. All’università in realtà studenti e docenti non ci andremo fino a settembre e anche dopo non sappiamo bene. Il mio corso di magistrale si è da poco concluso. Quello della triennale, che ha qualche CFU in più, a breve. Siamo alle ultime lezioni… tenutesi tutte a distanza. Da quando alle 14.00 del 4 marzo scorso il Rettore ha dichiarato la chiusura dell’Ateneo per la comparsa dei primi casi di contagio nel viterbese, è andato tutto diversamente dal previsto. Sull’intero Paese, direi sul mondo intero, si è abbattuto qualcosa di paragonabile alle piaghe d’Egitto, e di cui ancora non abbiamo reale nozione delle conseguenze. Tuttavia… dal punto di vista della didattica (forse solo da quello?) non necessariamente è stato peggio, diverso sì, sicuramente una sfida e un’opportunità, e per molti un gigantesco passo in avanti. 

           La nostra Università, posta di fronte alla necessità, ha organizzato tra i primi atenei la conversione alla didattica online, grazie tra l’altro al patrimonio di competenze cumulate negli ultimi dodici anni intorno a una consolidata piattaforma Moodle dei materiali didattici, apprezzata negli anni passati anche per la gestione di iniziative di alta formazione e di progettualità europea. L’emergenza di quest’anno ha fatto sì che in brevissimo tempo tutte le potenzialità di Moodle venissero valorizzate e messe a frutto, che vi si integrassero altre piattaforme (MEET, ZOOM, ecc.) per la didattica in sincrono e che tutto venisse spiegato in fantastici tutorial ad usum delphini (discenti… ma soprattutto docenti). So che ciascuno dei colleghi del secondo semestre ha trovato la sua via all’insegnamento online: chi ha utilizzato la video-lezione in sincrono con possibilità di interazione; chi ha preferito audio-lezioni, più leggere da caricare e da lasciare a disposizione dell’apprendimento autonomo; chi ha trasformato esercizi e test di verifica da cartacei in digitali; chi ha assegnato lavoro infrasettimanale usando i tanti tool messi a disposizione; chi ha perlomeno selezionato risorse e caricato pdf per la consultazione degli studenti (prima della crisi c’era chi ancora si affidava solo alle personali capacità affabulatorie e ai libri di testo). E gli studenti ci hanno già confessato di aver gradito: hanno avuto modo di gestire autonomamente il tempo di studio (e questo ce lo aspettavamo) e addirittura si sono sentiti più individualmente coinvolti. 

           E a me come è andata? Io, che lavoro da tempo in modalità blended, come mi sono adattata all’online integrale? Cosa mi ha dato questa vicenda? Beh, il distanziamento sociale non ha certo assecondato la mia intenzione di lavorare in senso “umanistico” a livello di Higher Education! E in qualche modo la formula dell’audio-lezione da me preferita per le sezioni più teoriche dei due corsi rispetto alla maieutica del thinking aloude della lettura collaborativa è stata un ritorno al passato… Avrei dovuto fare di più sugli strumenti della didattica sincrona, lo so. Però, oltre a aver ampliato e chiarito per iscritto il senso e l’uso delle attività pratiche contenute nei miei due corsi Moodle, ho di molto incrementato i tool utilizzati: ho incontrato gli studenti in video-tutorial agli snodi significativi dei corsi, chiedendo loro di redigerne i verbali e di condividerli; ho attivato questionari di (auto)riflessione, forum di discussione e brevi ricerche sulle risorse della flipped class; li ho sfidati a creare i loro graphic facilitators di temi teorici che andavamo affrontando; ho fatto registrare anche la loro voce con lo stesso tool con cui io ho registrato i miei audio. La varietà dei materiali dovrebbe aver contribuito a contrastare la noia di un apprendimento – di lingua!!! – svolto unicamente al chiuso delle proprie stanze e di fronte a un computer. 

           Gli studenti della LM hanno giocato a Moving Housee in numero ragguardevole, direi tutti o quasi; ne hanno compreso – in buona maggioranza – il carattere metaforico; lo hanno valutato come strumento di apprendimento. Secondo le aspettative, è stato l’occasione di “vivere a distanza”, attraverso la simulazione, alcuni concetti fondamentali per la traduzione (quale l’adattamento) e una serie di strategie per l’esperienza pratica del tradurre (quali l’analisi delle caratteristiche comunicative del testo di partenza, l’anticipazione di problemi traduttivi del testo di arrivo, la costruzione di glossari, ecc., ben prima di metter penna su carta): tutte cose che altrimenti sarebbero rimaste pura teoria o “raccomandazioni della nonna”. A giudicare dal lavoro che questo gruppo di studenti ha continuato a svolgere per tutto il semestre, il fattore motivazionale ha funzionato: inaugurare un corso accademico con un gioco, per quanto “serio” e sicuramente rudimentale ma di certo una stramberia, ha avuto evidentemente un effetto in più nei frangenti iniziali di questa crisi, segnati dall’incertezza e dallo scoramento dei dati nefasti che ci raggiungevano quotidianamente. Ha rappresentato un modo per non disperdersi, per serrare da subito le fila dell’interazione didattica, per costruirsi un’identità di gruppo. Noi ‒ del corso di inglese ‒ che nel 2020 c’eravamo. 

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