Daniel Defoe e la peste

Matteo Sanfilippo

Il 28 aprile il Guardian (https://www.theguardian.com/books/booksblog/2020/apr/28/a-journal-of-the-plague-year-by-daniel-defoe-is-our-reading-group-book-for-may) ha consigliato per le letture di maggio A Journal of the Plague Year (1722, vedine la traduzione italiana: La peste di Londra, Milano, Bompiani, 1995) di Daniel Defoe, il famosissimo autore di Robinson Crusoe(1719) e Moll Flanders (1722). Ovviamente il tema pandemico è alla base della scelta. Infatti questo lavoro di Defoe è spessissimo citato dagli storici come testimonianza della grande peste inglese del 1665-1666 e in genere del periodo immediatamente precedente il grande incendio di Londra del settembre 1666. Al contrario non è particolarmente amato dalla critica letteraria, che lo ritiene un lavoro minore, pubblicato per sfruttare la paura inglese della peste da poco scoppiata a Marsiglia.

Inoltre quasi tutti i commenti letterari si accapigliano sulla natura stessa del libro. Secondo alcuni è il vero diario di Henry Foe, zio paterno dell’autore e sellaio come l’io narrante dell’opera. La sigla HF appare in effetti dopo la stanza poetica che chiude l’opera: “A dreadful plague in London was / In the year sixty-five, / Which swept a hundred thousand souls / Away: yet I alive!”. Inoltre, poche pagine prima, è ricordato che l’autore del Journal è sepolto accanto alla sorella a Moorfields, dove nel Settecento iniziava la strada di Old Bethlem, il che ovviamente non può riferirsi a Defoe, scomparso nel 1731 e sepolto nel cimitero di Bunhill Fields. Secondo altri è un rifacimento del diario dello zio, ma è interpolato con racconti ascoltati da Defoe, nato nel 1660, quando era un ragazzino e con i dati riportati nei Bills of Mortality, le statistiche settimanali sulle morti a Londra redatte per la prima volta fra il 1592 e il 1595 e poi registrate continuativamente a partire dal 1603. Secondo altri ancora è un mero romanzo, per quanto ancorato ad avvenimenti reali.

Anthony Burgess, l’autore di A Clockwork Orange (1962), risolve la questione nell’edizione della Penguin English Library (1966) affermando che il Journal è allo stesso tempo un resoconto giornalistico, basato su fonti concrete, e un romanzo scritto in prima persona. Addirittura specifica che è un grande romanziere perché è un grande giornalista e viceversa: in entrambi i casi mostrerebbe un senso della realtà e una capacità di ricostruirla ignoti ai suoi contemporanei e persino ai suoi successori.

Il Guardian sottoscrive proprio questa ipotesi critica e dichiara che A Journal of the Plague Year è la prima e forse l’unica opera capace di rendere la quotidianità vera di una crisi epidemica. Magari non è proprio così, in effetti sia il quotidiano inglese sia Burgess non rilevano quanto il romanzo/resoconto di Defoe sia anche una allegoria religiosa. D’altronde il romanziere nasce ed è educato nell’ambiente del dissenso presbiteriano a cavallo tra il periodo di Cromwell e la Restaurazione e tale filiazione culturale risalta nella discussione tra il protagonista e il fratello su come interpretare la volontà divina. Dio desidera che si salvino abbandonando la città e le loro attività commerciali, oppure che continuino a lavorare mettendosi a repentaglio? Il protagonista alla fine rimane a Londra, ma solamente perché, gravemente influenzato, non può partire con il fratello. Tuttavia proprio la casualità dell’accaduto potrebbe essere indizio che questa era la volontà di Dio. 

Lo stesso tema ritorna in un apologo: una famiglia si rinchiude a casa per mesi, sopravvive centellinando le scorte di cibo e riprende l’attività, quando l’epidemia è finita; un’altra tiene aperto il proprio negozio e alla fine è cancellata dall’epidemia. HF rimane a Londra e lavora, ma merita di sopravvivere, perché contemporaneamente si prodiga a sorvegliare i beni lasciati dal fratello e dai vicini e collabora con le forze di polizia che pattugliano la città per evitare furti e disordini. In ogni caso il volere divino è imperscrutabile. Nel 1666 la peste sembra finire, poi riparte e viene completamente debellata dal grande incendio del 1666, un fuoco purificatore ancora una volta mandato da Dio.

The Journal ha un profondo sottotesto religioso; però, è proprio tale prospettiva a spingerlo verso un accentuato realismo. La presenza di Dio innerva o meglio crea la realtà e questa deve essere scrutata attentamente dagli uomini per scoprirvi la volontà divina. Il “realismo” di questo romanzo e degli altri di Defoe è una via per comprendere cosa vuole Dio e al contempo un modo di attirare i lettori. Il romanziere, sino alla morte continuamente sull’orlo della bancarotta definitiva, utilizza il proprio successo letterario per ripianare i propri ingenti debiti. Anche questo d’altronde è “realismo”, ma anche un modo di perseguire il volere divina. Potremmo tradurre con il proverbio “Aiutati, che il ciel t’aiuta”, aggiungendoci, però, la visione calvinistica del successo quale possibile rivelazione del favore di Dio. E Defoe non manca nel suo diario della peste di sottolineare il peso della predestinazione ignorata soltanto dagli ignoranti turchi: cioè dagli islamici e quindi dai cattolici con ulteriore, ma per un dissenter non illogico, salto.

Religione e realtà sono tutt’uno e la seconda deve essere studiata e spiegata, tanto più quando concerne un anno catastrofico. Attraverso l’interpolazione di passaggi diaristici, fonti statistiche e aneddoti orali Defoe racconta dunque quella congiuntura particolare e utilizza apologhi e aneddoti per illustrane momenti particolari. In primo luogo, la fuga e il successivo destino di chi scappa da Londra temendo il flagello: destino spesso terribile, perché tanti si prendono la peste, quando tornano pensando che è finita. In secondo luogo, una città devastata dalle morti crescenti, che vengono rigorosamente, ma al contempo spesso erroneamente, conteggiate. Chi è morto di peste e chi per altre cause? Nel conteggio dei morti una causa può essere confusa con un’altra.

Questo è uno dei richiami a quanto accade oggi e quindi dei motivi per i quali il Guardian promuove il libro, ma non è il solo o il più importante. Si pensi alla descrizione della vita di quanti acquistano le scorte alimentari necessarie e si chiudono in casa, per settimane, se non per mesi, cercando di evitare ogni contatto e temendo che ogni sortita possa portare la malattia dentro la propria abitazione. A causa di questa pressione psicologica alcuni impazziscono e vagano nudi per la città annunciando che la fine del mondo è vicina ed altri si ubriacano ogni giorno. Tuttavia molti compiono il proprio dovere come HF e collaborano con le forze di polizie e con quelle della sanità per minimizzare i danni. Nel racconto di Defoe tanti medici, funzionari, poliziotti muoiono e tanti lavoratori si sacrificano per far funzionare la città. Tutti rischiano la vita e non possono vedere i propri cari, temendo di contagiarli. 

Defoe e i suoi contemporanei sanno del contagio e inoltre conoscono il pericolo costituito dagli asintomatici, pur non conoscendo i meccanismi della peste, scoperti solo a fine Ottocento. Un altro elemento che richiama quanto sta accadendo oggi è offerto dalle pagine sul diffondersi delle voci: sull’arrivo della epidemia, ovviamente causata dagli stranieri, francesi o italiani che siano, sul suo diffondersi, sulle sue cause, sui possibili (e spesso strampalati) modi di curarla, sulla fine della congiuntura negativa o su quella del mondo. Di fronte al sovrapporsi pericolosissimo di tante dicerie l’autore insiste sull’importanza di rispettare le autorità, perché queste sono le uniche in grado di coordinare una strategia di contenimento, anche minimale. Non è dunque il caso di credere a quanto si sente per la strada e infatti lo stesso romanziere quando riporta avvenimenti ai quali non ha assistito di persona o che non ha potuto verificare, confrontando altre testimonianze, sottolinea che per quanto indicativi non devono essere giocoforza creduti.

Qui, proprio in relazione con il tourbillon di voci sulla peste, risiede la lezione giornalistica di Defoe, romanziere che cerca il successo e che è pure disposto a vendere la propria penna, ma che quasi tre secoli fa credeva già all’importanza eterna del fact-checking.

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