Immagini di libri, immagini nei libri: Zoom e i manoscritti miniati

Eva Ponzi

I manoscritti medievali sono oggetti vivi – sin dalla loro stessa materia, la pergamena, pelle animale quindi – e sono testimoni, unici e non replicabili, di complesse relazioni storiche, sociali, economiche, politico-ideologiche. Quando sono miniati, quando tramandano cioè anche un apparato decorativo e illustrativo, esso è un’ulteriore via di accesso al mondo che li ha prodotti.

Con la loro voce antica, i codici continuano a parlare con noi e, spesso, anche di noi. In questi mesi di contenimento casalingo, l’utilizzo delle piattaforme per videochiamate e videoconferenze ha raggiunto livelli esponenziali, con un variegato impiego che ha spaziato dall’ambito privato a quello pubblico e, in quest’ultimo caso, con una destinazione verso tutti i possibili canali di comunicazione, specialmente social, ma non solo. Dopo un primo momento di assestamento pratico alla ricerca dell’inquadratura migliore, gli schermi di pixel si sono velocemente riempiti di volti e di libri. La presenza di questi ultimi ha, talvolta, superato in efficacia comunicativa persino la mimica facciale e quanto andavano esprimendo a parole i loro possessori in primo piano.

Nel mondo senza corpi nel quale siamo stati improvvisamente catapultati, i libri, al contrario, sono rimasti saldamente materici e nella loro forma originaria, inventata nei primi secoli del Cristianesimo: parallelepipedi di fascicoli rilegati insieme e protetti da una coperta.

Li abbiamo visti incorniciare viso e busto dei dialoganti, occupare tutto il campo in secondo piano, spuntare da un solo lato, costituire il punto di fuga centrale o di angolo. Volumi variamente ordinati su scaffali metallici, in librerie di legno, liberi su mensole, chiusi in vetrinette; organizzati per collana, per editore, mescolati con una logica nota solo ai loro proprietari, dorsi in sequenze variopinte interrotte da qualche copertina collocata a favore di inquadratura – come fosse un dispositivo parlante dell’intera collezione – e da qualche fotografia certamente significativa per la persona inquadrata. Posizionati quasi sempre in verticale, ma talora anche in orizzontale, all’uso antico, quando essi erano appunto membranacei, racchiusi in legature spesso sontuose, veri e propri lavori di oreficeria incrostati di oro e di castoni preziosi o, più semplicemente, dotate di borchie metalliche affinché la sovrapposizione e il peso dei codici non usurasse la pelle di rivestimento dei piatti.

Insomma, libri protagonisti delle nostre immagini pixelate, speciale e, a evidenza, imperitura categoria di status symbol: la loro presenza è sufficiente a conferire autorevolezza alle parole dei parlanti, in silenzio ne sottolinea le riflessioni e ne certifica la validità.

Una moltiplicazione visiva che, complice la delimitazione rettangolare delle inquadrature, ha suscitato in me una suggestione, parimenti visiva. La modalità di autorappresentazione che ho sin qui illustrato – variamente consapevole, spesso senza dubbio risultato di una puntuale strategia di comunicazione – sembra ricalcare, attraverso innumerevoli e secolari passaggi ormai sotterranei, l’iconografia del ritratto dell’autore nel suo studiolo, molto diffusa soprattutto nel Quattrocento, nei manoscritti miniati.

All’incirca tutte le tipologie librarie fiorite nel millennio medievale – dai testi sacri ai classici, dai libri giuridici a quelli scientifici, dall’epica cavalleresca alla poesia –, mostrano l’immagine dell’autore generalmente nella sua forma più semplice: egli è intento a scrivere oppure esibisce tra le mani il suo stesso libro a favore del riguardante. È sempre lì, collocato in apertura di codice, nello spazio riservato all’iniziale incipitaria, oppure a segnalare alcuni snodi salienti all’interno del volume, in immagini a piena pagina o in miniature tabellari. Ciò che nel libro contemporaneo è spesso sulla quarta di copertina o talora sui risvolti, nel libro medievale accoglie il lettore ‘sulla porta’. L’effigie dell’autore stabilisce con lui il primo dialogo, è garante dell’autenticità del testo e della sua forza di auctoritas.

Come accennato poco fa, il ritratto dell’autore rappresentato nello studiolo diviene invece molto in voga nel libro umanistico. Da questo punto di vista, la collezione manoscritta di Federico da Montefeltro, prima conte e poi duca di Urbino (1444-1482), personalità tra le più influenti del suo tempo, offre una casistica rilevante. Pressoché interamente custodita alla Biblioteca Apostolica Vaticana, nel fondo Urbinate, essa è quasi completamente digitalizzata e liberamente disponibile alla consultazione [https://digi.vatlib.it/mss/].

All’apertura dei monumentali Vangeli Urb. lat. 10 – un codice di lusso, di ampio formato (mm 403×258), brillante di oro a profusione, miniato negli anni ’70 del Quattrocento da Guglielmo Giraldi e dalla sua bottega ferrarese, tra le più rinomate del secolo XV –, san Girolamo è intento alla sua attività di traduttore delle Sacre Scritture. L’occhiello della P di Plures fuisse, all’incipit Prologus ai Commentarii in Evangelium Matthaei (f. 10r), è una finestra che mostra l’autore al lavoro: egli è seduto a un elegante scrittoio girevole, assorto su di un rotolo svolto sul leggio, e segue il testo con il dito, gestualità che ne enfatizza il profilo di esegeta. Un’attitudine sottolineata da molti altri elementi: un fascicolo sciolto adagiato sul leggio alto; gli occhiali del tipo a pince-nez appesi su un lato del leggio basso; la clessidra che segna il tempo; lo scorcio di ‘tabella epigrafica’ collocata sopra alla finestra, sulla quale sono tracciate lettere dell’alfabeto greco, probabilmente riferimento a Girolamo come traduttore del dettato biblico.

E tutta questa impalcatura di significati si regge senza dubbio sulla insistita presenza di volumi variamente rilegati e disseminati nella cellula spaziale che contiene il santo, auctoritasintellettuale e parimenti dottrinaria, resa esplicita dal galero cardinalizio appeso sul muro alle sue spalle e dal leone accovacciato ai suoi piedi.

L’ Urb. lat. 326, realizzato tra gli anni ’70 e ’80 del secolo XV e che addirittura conserva la legatura originale, mostra un altro raffinato esempio di autore nel suo studiolo. Giovanni Antonio Campano: retore, filosofo, poeta umanista – fu tra l’altro a Viterbo al seguito di papa Pio II Piccolomini, e rimase per diversi mesi in città nel 1464, convalescente dopo uno dei suoi attacchi epilettici –, particolarmente apprezzato anche come biografo e storiografo (è il caso di questo esemplare, che tramanda Vita et res gestae Braccii Fortebraccii). All’apertura del volume (f. 1r), Giovanni Corenti, raffinatissimo ma a oggi quasi sconosciuto miniatore, realizza un ‘cubo spazioso’ nel quale la V di Vitam et res costituisce il punto di fuga dell’intera rappresentazione, con l’aggiunta di una serie di elementi che concorrono alla definizione dei volumi dell’ambiente: le linee del soffitto ligneo a cassettoni, la mensola che passa dietro le due gambe della lettera in foglia d’oro, le ante aperte dello scrittoio-leggio che a loro volta isolano una nicchia prospettica. Al suo interno, l’autore è impegnato nella scrittura dell’opera seduto a un leggio mobile con scrittorio ribaltabile. L’immagine è pervasa da una accuratezza quasi fotografica, sia nella caratterizzazione fisionomica del personaggio sia nell’acribia con la quale l’artista elenca visivamente gli strumenti della scrittura – ampolline, calamaio, porta-inchiostri, con la nota di verismo nelle macchie di inchiostro rosso incrostato sotto lo scrittoio – e naturalmente della lettura – i numerosi libri variamente rilegati, ordinati sulla mensola, sopra al leggio, ma anche al suo interno, fino al virtuosismo della lente d’ingrandimento a semisfera poggiata sul legno –, al fine di restituire soprattutto la statura intellettuale dell’effigiato.

E poi ancora i ritratti di sant’Agostino (Urb. lat. 72, 77), di papa Gregorio Magno (Urb. lat. 98), di Tommaso d’Aquino (Urb. lat. 129Urb. lat. 132), di san Cipriano (Urb. lat. 63). E molti altri, nutrita galleria di teologi, filosofi, retori, storici ecc., fissati nel loro ambiente sul foglio in pergamena così come Zoom ha catturato su schermo l’immagine rettangolare di pensatori variamente assortiti.

Il valore semantico assegnato ai libri associati a una persona riconosciuta (o da riconoscere) come autorevole pare perciò immutato nei secoli: negli esemplari manoscritti, la loro presenza conferisce validità alla parola scritta; nell’inquadratura di pixel, certifica la fondatezza della parola ‘parlata’.

In definitiva, per dirla con il Kurt Vonnegut di Quando siete felici, fateci caso: «Gran parte del nostro cervello si dedica a decidere se quello che tocchiamo con le mani ci fa bene o male. Anche un cervello da quattro soldi sa che i libri ci fanno bene».

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