Lucrezio, la peste e la paura

Alessandro Fusi

Vissuto nella travagliata fase finale della repubblica, segnata dalle guerre civili che porteranno all’affermazione del principato, Lucrezio dedica il De rerum natura (‘Sulla natura delle cose’), un poema epico-didascalico in sei libri, alla divulgazione della filosofia di Epicuro (341-270 a.C.), erede della dottrina atomistica di Democrito.

L’opera presenta un’indagine sulla natura e sulle cause, che mira soprattutto a liberare l’uomo dalle sue paure più profonde, quelle del dolore e della morte, inculcate nel suo animo dalla religio (‘religione’). Contro di essa il poeta ingaggia un coraggioso e impegnativo duello, che certo ha influito sulla diffusione del poema nel corso dei secoli: ‘Queste tenebre, dunque, e questo terrore dell’animo, occorre che non i raggi del sole né i dardi lucenti del giorno disperdano, bensì la realtà naturale e la scienza’ (1.146-148 Hunc igitur terrorem animi tenebrasque necessest / non radii solis neque lucidatela diei / discutiant, sed naturae species ratioque; le traduzioni sono di L. Canali, Milano 1990). La ragione e l’indagine filosofico-scientifica sulla natura sono investite del compito nobile di disperdere le tenebre e il terrore dell’animo.

Il poema si chiude però con un terribile quadro di desolazione e di morte, che occupa ben centocinquanta versi (6.1138-1286): nell’esaminare le cause di vari morbi Lucrezio descrive la terribile peste che sconvolse Atene al principio della guerra del Peloponneso (430 a.C.). Un finale a tinte fosche e cupe che sembra minare l’ideale epicureo dell’atarassia (‘assenza di turbamento’) e confliggere con il proposito di liberare gli uomini dalle paure. Si comprende bene perciò come più di uno studioso sia stato indotto a ritenere incompiuto il poema. Prescindendo dalla questione, in ogni modo controversa, varrà comunque la pena osservare come la descrizione lucreziana abbia rappresentato per la sua cupa potenza poetica un modello letterario capace di esercitare la sua influenza nei secoli, da Virgilio a Ovidio per giungere fino a Boccaccio.

Lucrezio si rifà da vicino alla narrazione di Tucidide, storico della guerra tra Atene e Sparta (La guerra del Peloponneso, 2.47-53). Rispetto all’autore greco però, più interessato ad aspetti storici, geografici, fisici e clinici, e anche influenzato dalla propria esperienza personale, il poeta sposta la descrizione su un piano psicologico ed emotivo, carico di suggestioni morali.

Pochi versi bastano a tratteggiare uno scenario desolato: il morbo è un nemico, invisibile ma letale che, giungendo dalle terre lontane d’Egitto, spopola le campagne e devasta la città (6.1138-1140 Haec ratio quondam morborum et mortifer aestus / minibus in Cecropis funestos reddidit agros / vastavitque vias, exhausit civibus urbem, ‘Questa forma di morbo ed effluvio datore di morte seminò di cadaveri i campi nella terra di Cecrope, desolò le contrade e vuotò la città di abitanti’). La potenza cupa di questi versi, che si appropriano del lessico epico-guerresco per la descrizione di un nemico sottile e implacabile, si contrappone in modo stridente al principio del libro sesto, dedicato all’esaltazione di Atene, città che ha donato all’umanità l’agricoltura e patria di Epicuro. Il quadro è ora mutato di segno e l’immagine della devastazione delle vie (6.1140) si pone in antitesi con la ‘via’ metaforica al sommo bene, additata dal filosofo (6.26-28 exposuit … bonum summum quo tendimus omnes / quid foret, atque viam monstravit, tramite parvo / qua possemus ad id rectocontendere cursu, ‘espose quale fosse il sommo bene cui tutti tendiamo, e mostrò la via con la quale con breve sentiero possiamo giungere a esso con diretto percorso’).

La descrizione si sofferma con dettaglio orrorifico sui sintomi del morbo (6.1145-1169): il capo brucia di febbre, gli occhi sono arrossati; la peste assale e soggioga anche la gola e la lingua, inibendo la facoltà del linguaggio (6.1148-1150). Il morbo scende poi al petto e al cuore, fiaccando il corpo intero.

Ma è soprattutto l’attenzione ai risvolti psicologici della peste a caricare il testo dell’inquietudine che non manca di colpire ancor oggi: un’attenzione che dà vita all’efficace personificazione dell’angoscia, compagna inseparabile dei mali (6.1158 s. intolerabilibusque malis erat anxius angor / assidue comes et gemitu commixta querelle, ‘agli atroci dolori era assidua compagna un’ansiosa angoscia, e un pianto mischiato a continui lamenti’), e che si esprime nel ricorso continuo, assillante, a termini del campo semantico della paura, come per esempio in 6.1182 s. multaque praeterea mortis tum signa dabantur, / perturbata animi mens in maerore metuque (‘Allora apparivano numerosi presagi di morte: la mente sconvolta e in preda al terrore e all’affanno’). Le allitterazioni insistite traducono l’ansia in suono.

Persino la scienza impotente, schiacciata dal timore, non può altro che balbettare (6.1179 mussabat tacito medicina timore, ‘in silenzioso timore esitava l’arte dei medici’); nessun rimedio si mostra efficace per tutti e anzi ciò che a uno reca giovamento si mostra esiziale per altri (6.1226-1229).

L’aspetto che suscita però la maggior commiserazione da parte del poeta è la paralisi psicologica, imposta agli ammalati dalla paura e dall’angoscia, che provoca di fatto una sorta di morte prima della morte (6.1230-1235 Illud in his rebus miserandum magnopere unum / aerumnabile erat, quod ubi se quisque videbat / implicitum morbo, morti damnatus ut esset, / deficiens animo maesto cum corde iacebat, / funera respectans animam amittebat ibidem, ‘Ma in tale frangente, questo era più miserabile e doloroso, che quando ciascuno vedeva se stesso avvinto dal male, da esserne votato alla fine, perdutosi d’animo, giaceva col cuore dolente, e lì stesso perdeva la vita guardando immagini di morte’).

Anche la reazione degli uomini alla malattia altrui trova spazio nei versi di Lucrezio: se gli egoisti che rifuggono le visite ai parenti malati sono poi ripagati con la stessa moneta una volta che tocca loro la malattia, restando ‘derelitti e privi di aiuto’ (6.1242 desertos, opis expertes), anche i migliori, i più caritatevoli, cadono vittime del contagio proprio per la loro prossimità ai malati (6.1243-1246 Qui fuerant autem praesto, contagibus ibant / atque labore, pudor quem tum cogebat obire / blandaque lassorum vox mixta voce querelae. / Optimus hoc leti genus ergo quisque subibat, ‘Chi invece era stato vicino ai suoi, incorreva nel contagio e nella fatica che la sua dignità gli imponeva, tra le fievoli voci degli infermi, miste a lamenti. Tutti i migliori si esponevano a questa forma di morte’).

La peste si abbatte così sull’intera popolazione, non risparmiando nessuno: quanti non sono toccati dalla morte o dal morbo, soffrono per il lutto (6.1250 s. Nec poterat quisquam reperiri, quem neque morbus / nec mors nec luctus temptaret tempore tali, ‘Né poteva trovarsi nessuno che in questo frangente non fosse toccato dal male, dalla morte o dal lutto’). La morte è ovunque: cumuli di cadaveri, ammucchiati in ogni luogo, offrono rappresentazione plastica della forza devastante e inarrestabile del morbo. Anche i santuari si riempiono di cadaveri (6.1272-1274 Omnia denique sancta deum delubra replerat / corporibus mors exanimis onerataque passim / cuncta cadaveribus caelestum templa manebant, ‘La morte aveva colmato persino i santuari degli dèi di corpi inerti, e tutti i templi degli dei celesti restavano ingombri di cadaveri sparsi e ammucchiati’). Nel turbamento generale anche la sepoltura perde il carattere di pietoso rito, codificato dalla società, e ognuno provvede per sé, come può. Così la conclusione del poeta razionalista, fiero oppositore della religio, si appunta sorprendentemente proprio sull’aspetto religioso (6.1272-1286).

Gli ultimi versi consegnano ai lettori l’estrema degenerazione causata dalla peste e dalla povertà che ne consegue, che provoca comportamenti indegni (6.1282-1286Multaque res subita et paupertas horrida suasit. / Namque suos consanguineos aliena rogorum / insuper exstructa ingenti clamore locabant / subdebantque faces, multo cum sanguine saepe / rixantes potius quam corpora desererentur, ‘La miseria e l’evento improvviso indussero a orribili cose. / Con alto clamore ponevano i loro congiunti sulle grandi cataste erette per il rogo di altri, appiccandovi il fuoco e spesso lottando fra loro in zuffe cruente piuttosto che abbandonare i cadaveri’).

 Corpi infuocati, cumuli di cadaveri, angoscia sottile, paura, egoismo, impotenza. Lucrezio fissa la peste di Atene in una descrizione ricca di pathos; gli strumenti della poesia sono i colori forti, accesi, che egli utilizza per trasformare il cupo episodio storico in un quadro universale, che oltrepassa i confini del tempo.

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