Son membra d’un corpo solo i figli di Adamo: le parole di Sa’di al tempo del COVID

Ela Filippone

Oltre che una significativa riduzione dell’inquinamento atmosferico, la separazione forzata da COVID 19 ha avuto come effetto positivo l’aver sollecitato, attraverso l’uso dei più diversi canali comunicativi e forme di linguaggio, temi di riflessione da condividere che potessero alleviare il peso della mancanza degli altri e offrire una risposta alla sfida corrente: il nostro ruolo sulla terra e la nostra fragilità, il tempo, l’ambiente, l’importanza delle relazioni umane, il valore dell’interdipendenza e il comune destino. 

“Nessun uomo è un’isola” ci ha ricordato quotidianamente una nota catena di supermercati, citando il primo verso di una famosa poesia del poeta inglese John Donne (XVI-XVII sec.), già ampiamente sfruttato nel passato per titoli di libri, articoli, film, documentari, ecc. Come la poesia Niemand ist ein Insel di Bertold Brecht, che non sarebbe male ci impegnassimo tutti a leggere quotidianamente; ne trarremmo sicuramente dei vantaggi. Una poesia fortunata, quella di Donne, se la fortuna la misuriamo in citazioni, considerato che uno dei suoi versi finali ha ispirato il titolo del famoso romanzo For Whom the Bell Tolls (“Per chi suona la campana”) di Ernst Hemingway, di sue successive riduzioni cinematografiche, di canzoni associate, e così via.

Il tema dell’interdipendenza tra esseri umani caratterizza anche una poesia di uno dei più grandi maestri della letteratura classica persiana, Sa’di Shirāzi (1203-1291), nota con il titolo di Bani Ādam (“Figli di Adamo”, con cui si intende ovviamente l’umanità intera). La poesia, tratta dal Golestān (“Il Roseto”, anno 1258), una raccolta di racconti etico-didascalici in prosa ritmica frammista a versi, ha varcato da tempo il confine del mondo persianofono; i suoi versi, tra l’altro, sono tessuti su un tappeto che fa bella mostra di sé sulla parete di una sala delle Nazioni Unite, donato nel 2005 dalla Repubblica islamica di Iran in ricordo dell’anno ONU ‘Dialogo tra le civiltà’ (2001), che aveva visto l’allora Presidente Khatami come uno dei più impegnati protagonisti. Mani Ādam (“Children of Adam”) è anche il titolo di una canzone del gruppo inglese Coldplay, inclusa nell’album Everyday life (novembre 2019) e ispirata ai versi di Sa’di.

Alla stregua di “Nessun uomo è un’isola”, il verso di apertura di questa poesia, Bani Ādam a’zāye yek pàykar-and “I figli di Adamo sono membra di un unico corpo”, ha sviluppato una vita propria e già da solo si presta a citazioni e a dediche adatte ai momenti in cui si vuole mostrare empatia nei confronti di qualcun altro. Se ne servì, ad esempio, il Presidente Obama, quando il 19 marzo 2009, in un videomessaggio rivolto agli Iraniani, augurò loro un felice anno nuovo (Nowruz) e soprattutto testimoniò la volontà di aprire un nuovo capitolo nelle relazioni tra USA e Iran. La strada di una normalizzazione dei rapporti tra i due paesi era ancora lunga ed in salita, ma quella strada doveva portare alla fine alla firma dell’accordo sul nucleare iraniano. Era il 14 luglio 2015, tutto il mondo tirò un sospiro di sollievo. Come sia stato poi chiuso quel capitolo dal successore di Obama e che fine abbia fatto quell’accordo dovrebbe essere cosa nota ai più. 

Un pittore e musicista  iraniano, Pejman Tadayon, da anni attivo in Italia, ha recentemente musicato i versi di Bani Ādame, in collaborazione con il Teatro Biondo di Palermo, ha chiamato a raccolta cantanti (l’iraniano Alireza Qorbani e gli italiani Bungaro e Barbara Eramo) e musicisti di varie nazionalità (Iran, Corea del sud, Argentina, Germania, Australia, Francia, India, Senegal, Stati Uniti) per realizzare una delle tante iniziative collettive che il mondo della cultura e dell’arte ha prodotto negli ultimi due mesi come atti liberatori contro l’isolamento di milioni di persone in tutto il mondo, dimostrando ancora una volta il fatto che la cultura e l’arte sono formidabili leve di liberazione di potenzialità e imprescindibili strumenti di comunicazione, soprattutto nei momenti di crisi. 

Per una poesia persiana essere cantata è un fatto del tutto normale, dal momento che la musica tradizionale attinge primariamente al repertorio poetico classico per i suoi testi. Ci sono tantissime versioni musicate di Bani Ādam, da quelle più tradizionali a quelle più moderne, alcune delle quali molto recenti e ispirate dalla crisi del COVID. D’altra parte, i versi di autori come Sa’di, Hāfez, Rumi ed altri condizionano il vissuto quotidiano degli Iraniani in varie forme, e questo aspetto costituisce uno dei tanti elementi di identità nazionale. Non si può capire l’Iran se non si tiene conto del rapporto degli Iraniani con i grandi poeti della tradizione classica.

“Bani Adam: the 13th-century Persian poem that shows why humanity needs a global response to coronavirus” è il titolo di un articolo pubblicato in The Conversation(https://theconversation.com) da Arshin Adib-Moghaddam, professore di ‘Pensiero globale e filosofie comparate’ presso la SOAS di Londra.

Rifacendosi alle parole di Sa’di e auspicando risposte globali a crisi globali, l’autore sottolinea come, laddove sarebbe stata necessaria una cooperazione multilaterale, il potere politico abbia reagito ovunque trattando il grave problema sanitario mondiale in termini di mera emergenza nazionale. Critica in particolare Donald Trump che, in piena pandemia, ha proseguito con la sua politica di strangolamento economicodell’Iran, aggravando ulteriormente il regime delle sanzioni contro questo paese, già profondamente colpito dal coronavirus. 

A sua volta Restart Movement, uno dei tanti gruppuscoli della multiforme galassia dell’opposizione irano-americana all’attuale sistema iraniano, ha scelto “Human Beings are Members of a Whole” come proprio motto. Nel sito web del movimento possiamo leggere come il leader, Seyed Mohammad Hosseini, evidentemente in segno di riconoscimento per il sostegno dichiarato dall’attuale Presidente USA, propone una narrazione in cui il verso sa’diano viene calato nella storia statunitense: “The one who understood the above verse was Abraham Lincoln.The one who enacted it in the US constitution was Thomas Jefferson. And the one who’s implementating it is Donald Trump”. A riprova del fatto che effettivamente “la poesia non è di chi la scrive, la poesia è di chi gli serve” (per citare Massimo Troisi, nel film Il Postino), ma anche del fatto che ognuno può darle il senso che più gli aggrada, e farne pure carne di porco.

È difficile tradurre Sa’di. La difficoltà sta, paradossalmente, nella sua semplicità, una semplicità raffinatissima e ricercata (la sahl-e montane’ “semplicità inaccessibile” di cui Sa’di è stato maestro indiscusso), frutto di una ineguagliabile tecnica narrativa e della capacità di sfruttare alla perfezione tutti i meccanismi della lingua persiana.  Il pericolo che il contenuto, tradotto in altra lingua e privato della perfezione formale che lo riveste, possa alla fine suonare banale e retorico, è obiettivamente molto alto.

Ci sono diverse traduzioni in italiano di Bani Ādam; la mia preferita è quella di Mario Casari, realizzata in solidarietà al popolo iraniano in occasione di uno dei tanti grandi terremoti che hanno sconvolto il paese negli ultimi anni:

Son membra d’un corpo solo i figli di Adamo,
da un’unica essenza quel giorno creati.
E se uno tra essi a sventura conduca il destino,
per le altre membra non resterà riparo.
A te, che per l’altrui sciagura non provi dolore,
non può esser dato nome di Uomo.

Chi volesse vedere e sentire il video di Pejman Tadayon, presentato da Pamela Villoresi, può trovarlo all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=IZ_Mm8oK3yk.

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