Il buio accecante di Agamben

Luigi Di Gregorio

C’è un concetto di Giorgio Agamben che mi piace citare spesso: “contemporaneo è colui che tiene fisso lo sguardo nel suo tempo, per percepirne non le luci ma il buio”. È un concetto importante che, semplificando e richiamando una dicotomia cara a Marc Augé, aiuta a distinguere chi è “attuale” da chi è “contemporaneo”. Il primo vive la realtà subendola – è agito da essa –, il secondo si interroga sul suo quotidiano, possedendo le categorie e le conoscenze per farlo. E si interroga andando oltre lo sfavillio di luci della nostra vita spettacolare e costantemente in vetrina e “messa in scena”. Insomma, dietro le “luci” accecanti della nostra “rappresentazione sociale” c’è spesso un mondo più oscuro, complesso, talvolta drammatico, da indagare. 

Evidentemente, in questa condivisibile ricerca del “buio”, di recente Agamben ha finito per individuare una vera e propria “dittatura tecnologica”, intenzionalmente voluta da chi ha usato la “cosiddetta pandemia come pretesto per la diffusione sempre più pervasiva delle tecnologie digitali”. Così esordisce il filosofo in un suo articolo per l’Istituto Italiano di Studi Filosofici dello scorso 23 maggio, intitolato Requiem per gli studenti. Lungi da me disprezzare chi osserva criticamente lo sviluppo tecnologico, anzi. Il tecno-ottimismo acritico è un atteggiamento tipico proprio di chi è “attuale ma non contemporaneo”. Tuttavia, data la nostra, umana, predisposizione verso il ragionamento binario (zero sum bias), chi osserva criticamente può finire facilmente per diventare anch’egli un tifoso accanito della propria visione, contro-polarizzando la propria lettura e portandola verso estremi opposti a quelli che combatte. E a furia di polarizzare e di radicalizzare le posizioni, si può arrivare anche al limite del complottismo: chiha usato la pandemia come pretesto della dittatura tecnologica? E a quale fine? Il fatto che le lezioni universitarie siano (temporaneamente) online significa che il governo si è consegnato a Google, Microsoft o Zoom? E chi ha detto che ciò comporterà “la fine dello studentato come forma di vita” perché “tutto questo ora finisce per sempre?” È vero, la pandemia di Covid-19 ci ha costretto ad adeguare l’offerta formativa in forma telematica, a distanza. Ma è altrettanto evidente che si è trattato di una “offerta di crisi”, una risposta funzionale e necessitata di fronte a uno scenario straordinario. Non mi pare, tuttavia, che sia in corso un plebiscito in favore di una “nuova normalità” didattica esclusivamente online, né mi sembra sia l’ipotesi preferenziale delle nostre autorità. Pensarlo mi sembra un altro errore tipicamente umano, ossia quello di “assolutizzare l’istante”: credere cioè che una situazione straordinaria diventerà sicuramente ordinaria e durerà in eterno. È lo stesso meccanismo per cui nei giorni degli applausi dal balcone e dell’inno d’Italia condominiale pensavamo che il Covid ci avrebbe reso migliori. E, poi nei primi giorni della “movida” e delle file all’Ikea… abbiamo pensato l’esatto opposto. Ogni “istante pieno” ci appare infinito: è talmente saturante la sua portata emotiva (nel bene o nel male) che ci sembra necessariamente destinato a durare. 

Invece, perché non proviamo a pensare in ottica non-binaria ed adattiva? L’università è anche una forma di vita come scrive Agamben, non c’è dubbio. Per alcune città l’Università è addirittura la prima forma di vita, cioè la prima forma di sostentamento (le cosiddette città universitarie, appunto). Allo stesso modo, lo “schermo spettrale”, sempre per citare il filosofo, non può sostituire del tutto la presenza fisica in aula. E tuttavia, perché non dovrebbe essere possibile pensare a un sistema “ibrido” (blended, come già dicono alcuni) in cui, ad esempio, le lezioni tornano in aula, ma gli interventi degli ospiti aumentano sensibilmente grazie proprio all’utilizzo del digitale? Quanto ci si può arricchire, tutti, in un sistema che abbatte costi e distanze, riduce i tempi organizzativi e incrementa le occasioni di scambio e di conoscenza? O ancora, quanti di noi hanno necessariamente dovuto familiarizzare con queste piattaforme e magari hanno anche migliorato le proprie conoscenze nell’uso di altri software didatticamente utili? Questo non può essere un patrimonio valido per i nostri corsi di domani? 

L’articolo postato da Agamben si chiude con due “punti fermi”: 1) i professori universitari che accetteranno di fare lezione solo online saranno “il perfetto equivalente dei docenti universitari che nel 1931 giurarono fedeltà al regime fascista”. Dal suo punto di vista le cose si equivalgono perché sarebbe come giurare fedeltà alla dittatura tecnologica. Solo che questa volta non è chiaro chi sia il dittatore e perché uno Stato sovrano si dovrebbe assoggettare alla nuova dittatura, volontariamente; 2) gli studenti “dovrebbero rifiutarsi di iscriversi alle università cosi trasformate e costituirsi in nuove universitates, libere dalla nuova tirannide tecnologica. 

Personalmente mi sembra un mix di retrotopia e di utopia (le due cose spesso viaggiano insieme). L’era digitale implica una digital transformation che è prima di tutto un salto culturale e antropologico. Tuttavia, con quel salto bisogna conviverci, possibilmente senza subirlo, certo, ma anche senza evocare retromarce della storia del tutto inutili perché irrealizzabili. Ogni nuova era tecnologica ha comportato resistenze, anche forti. Da sempre. Fin da quando il re Thamus, nel Fedro di Platone, contesta al dio “inventore” Theuth che l’alfabeto non sarebbe stato affatto positivo per la sapienza e per la memoria del suo popolo (come Theuth invece sosteneva); al contrario, avrebbe ingenerato oblio e ignoranza: le persone, “potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno di essere dottissime, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottite di opinioni, invece che sapienti”. Come suonano familiari queste parole oggi… e però l’alfabeto ha vinto. Come ha vinto la televisione; come ha vinto il digitale. Tutti accusati delle stesse colpe, in epoche diverse. Ma hanno vinto. E non a causa di chissà quali grandi cospirazioni o leader totalitari alle spalle: hanno vinto perché hanno funzionato. Ci sono utili (e spesso pure dilettevoli). Poi certo, le innovazioni tecnologiche ci cambiano in profondità: il mezzo è il messaggio. Ciò tuttavia non vuol dire che quei cambiamenti debbano essere per forza subiti e non gestiti. 

Dunque, tornando ad Agamben, ha senso fare la guerra alla didattica a distanza, per di più dando per certa una condizione futura che è invece del tutto ipotetica? Ovviamente ha senso discutere della didattica a distanza. E, a dirla tutta, lo si fa da molto prima di Agamben. Ciò che non ha senso è rimpiangere tout court i “bei tempi andati”. Anche perché spesso i bei tempi andati sono belli solo nei nostri ricordi. Insomma, tornando al “buio” iniziale… indaghiamolo, discutiamone, ma evitiamo che diventi accecante anch’esso… Ragioniamo, quindi, partendo da due presupposti: 1) l’università di domani non è per forza un gioco a somma zero in cui si vince o si perde tutto, può benissimo essere a somma positiva, dipende da noi, da come faremo i conti con la storia; 2) la quale storia non è provvista di retromarcia, per cui ogni soluzione deve, per così dire, superare un test di praticabilità, di vero-somiglianza evolutiva. Insomma, per ridurre l’inquinamento abbiamo inventato marmitte catalitiche, combustibili alternativi e auto ibride. Non siamo tornati alle carrozze a cavallo. 

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