Distanza e conoscenza. Verso un nuovo modello di contatto tra docenti e studenti?

Filippo Grazzini

Con la fine della quarantena nazionale dovuta al Covid-19 abbiamo ripreso più o meno cautamente a incontrarci, ma riunioni affollate restano molto imprudenti; altri modi di socializzazione si vanno affermando prepotentemente. La diffusione dei webinar e soprattutto delle conferenze su piattaforme digitali, i meeting Zoom, appare inarrestabile: costituirà una consuetudine tanto diffusa da rendere quasi impossibile il sottrarvisi. Collegandosi si constata quasi subito l’agilità e praticità di un sistema di connessione interpersonale che avvicina chi è distante: evita viaggi per chi deve partecipare a riunioni; consente ad assemblee e organi collegiali di tenersi nel rispetto dei modi e dei tempi regolamentari; a suo modo anche abitua a dialogare senza prevaricazioni, visto che se uno parla su un altro la l’ascolto è pregiudicato per tutti. Dopo, passato il momento euforico della scoperta di una innovazione potente, viene da interrogarsi sulla natura di questo processo di dematerializzazione interpersonale. Pensare e fare esperienza dell’altro a distanza, o comunque in astratto e non nelle forme sensibili della corporeità in cui siamo determinati dalla natura, è capacità dimostrata dalla letteratura. Scrittori antichi e moderni hanno fatto di visioni, fantasmi, elaborazioni oniriche, personaggi comunque impalpabili, degli interlocutori e dei termini di relazione; bastino poche menzioni. Jaufré Rudel, uno dei grandi poeti provenzali, s’innamora nella prima metà del sec. XII di Melisenda contessa di Tripoli senz’averla mai vista, per sola fama: lo celebrerà Carducci in una poesia di Rime e Ritmi(1899). Nel canto III e poi nel XXV del PurgatorioDante prende coscienza della particolare natura dei corpi aerei che incontra: una qualità dei trapassati che (oltre a dare loro una sensibilità adeguata alla loro condizione di espianti) consente una loro rappresentabilità, e comprensibilità, da parte di chi è di fronte ad entità metafisiche, ma dispone soltanto della strumentazione conoscitiva di un mortale. Nella Mandragola (probabilmente del 1518) Machiavelli fa invaghire Callimaco della fiorentina Lucrezia per il solo fatto di averne sentito celebrare, a Parigi, la bellezza: amor de lonh, ancora. Perelà è, nell’invenzione di Palazzeschi romanziere futurista (1911), un uomo di fumo, attivo e di frequentazioni anche mondane…

 Noi, insomma, sappiamo concepirci anche al di là dei confini spazio-temporali e materiali. Ma la tecnologia degli eventi Zoom, che ora sembra attuare alla perfezione questo procedimento di disincarnazione, quali conseguenze ha in un ambito specifico, quello educativo? Nelle videoconferenze la socialità tangibile si riduce a fissità di schermo, la polisemia dei corpi (posture, accenti, sguardi, mimica, stili di abbigliamento), è impoverita e quasi azzerata. Va ribadito: ridisegnarci come mezzibusti televisivi ha una utilità pratica; e un insegnante può comunicare utilmente con la sua classe frammentata, in specie se i suoi componenti sanno evitare le distrazioni dell’ambiente, diverso per ognuno, in cui si trovano. Una videolezione che si possa anche rivedere, del resto, si assimila più facilmente. Ma una trasmissione del sapere meno fredda presuppone la condivisione di uno spazio tra individui nella loro identità corporea. La specie umana conosce, almeno fino allo stato attuale della sua evoluzione, per via sensoriale, attraverso cinque canali aperti in simultanea: tatto, olfatto, gusto devono aggiungersi a vista e udito. Una parte del mondo dell’istruzione è impaziente di tornare a riempire aule materiali: così i docenti potranno tenere lezioni a un uditorio fisicamente riconoscibile, facendo uso non solo dell’inventio, della dispositio, dell’elocutioe della memoria, ma anche della più performativa delle abilità retoriche, l’actio, che è a dire la gestualità. Efficacia, persino carisma di un insegnante si sentono in presenza, sono un fatto anche di prossemica; e gli sguardi degli studenti, se colti bene ossia dal vivo, guidano il docente a ripetere o ad accelerare la sua esposizione. La voglia di aula, ma non virtuale, riflette lo scrupolo di chi sa come, appunto, noi umani abbiamo preso coscienza del mondo, almeno fino al 2020 dell’era volgare. Negarsi in toto al nuovo è miopia e pigrizia; ma i sostenitori entusiasti del cambiare imposto dallo spirito del tempo dovrebbero documentare (né si può escludere che sappiano a farlo) la miglior qualità dei risultati delle nuove strategie didattiche rispetto a quelle convenzionali (e migliori potrebbero essere). 

Verrebbe da ragionare anche sul condizionamento che la nostra psiche e il nostro ethos potrebbero subire da un appiattimento dello spessore dei corpi sulla bidimensionalità di uno schermo, collegato nelle più varie circostanze. Seguendo il 20 aprile un interessante colloquio online di un docente del Disucom, Luigi Di Gregorio, con il giornalista e autore radiotelevisivo Gianluca Nicoletti, chi scrive ha appreso che pochi giorni prima a Singapore era  stata pronunciata la prima condanna a morte (per spaccio di droga) a conclusione di un processo celebrato tutto per via telematica; gli interlocutori si domandavano a ragione se la giuria sarebbe stata tanto severa avendo di fronte l’imputato in carne e ossa. Ma – va ribadito –  qui è la metodologia dell’insegnamento che sta a cuore. Ogni questione pubblica del resto è a suo modo politica. Già l’11 maggio, ospitato nella pagina dei commenti del “Corriere della sera”, un docente dell’Università di Genova, Walter Lapini, faceva presente che con la didattica da remoto i signori del silicio sono tutti contenti – il 26 maggio lo stesso “Corriere” dava notizia di una capitalizzazione di Zoom Video Communications ormai superiore a quello di General Motors. Lapini aggiungeva di temere che politici e amministratori scelgano per scuole e atenei il nuovo semplicemente perché fa tendenza. Ci si può anche chiedere se l’innovazione attrae perché risparmia i costi di un comparto, l’istruzione, dal quale lo Stato ha scelto da tempo di disimpegnarsi; sembra di dover fare, con un qualche inquietudine, un parallelo con la delicata questione della telemedicina pubblica. 

Anche una problematica geo-sociologica pare legata a videolezioni e appuntamenti didattici sullo schermo. L’Università è, tra l’altro, un luogo, la sede dell’apprendimento, lo spazio dove – per stretto e disorganizzato che sia – i più giovani provano la fatica e la gioia di crescere e formare la loro personalità. Quanto più, nel prosieguo della loro vita, lo avranno abitato e sentito loro, tantopiù ne avranno un ricordo caro. E l’esperienza di venire all’Università accresce il proprio valore anche esistenziale quando lo studente arriva da luoghi periferici o da un paese: frequentare un ateneo è anche l’avventura di scoprire una città, per alcuni una metropoli. Questo patrimonio di vita vissuta sarebbe forse perduto se andare a lezione consistesse solo nell’avere un link e collegarsi dalla propria cameretta. È comunque il farsi delle cose, tra Covid-19 e politiche dell’istruzione, che deciderà del nostro futuro: non neghiamoci al domani, ma portiamo con noi il nostro spirito critico.

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