Le parole “pandemiche”

Barbara Bruni

“You are not safe” dice una giovane madre facendo il bagno al figlio con un pezzo di sapone scuro subito dopo avere fatto attentamente lo spelling della parola “q-u-a-r-a-n-t-i-n-e”: la donna sta tentando di mettere in guardia il bambino dal pericolo di due gravi malattie che nel 1913 colpirono la zona di Houston in Texas. Si tratta della scena di apertura del film di Scorsese che nel 2004 dedicò la premiatissima pellicola dal titolo The Aviator alla vita di Howard Hughes (1905-1976), noto produttore cinematografico, imprenditore e aviatore americano nato appunto ad Humble, Texas.  

La scena in effetti è piuttosto forte anche per l’attenzione con la quale il piccolo assorbe le parole della madre che non può immaginare di scatenare nel ragazzino l’ossessione per l’igiene, che per tutta la vita lo porterà ad avere la perenne paura di essere contagiato da sporco e germi e vivrà con i disturbi che la germofobia comporta, in particolare, il lavaggio ripetuto e insistente delle mani. Un po’ in fondo come a volersi liberare da una sensazione di impurità interna; non a caso, questo disturbo è anche detto “Lady Macbeth effect” proprio facendo riferimento alla macchia di sangue che farà impazzire la regina: “Yet here’s a spot…Out, damn’d spot! … Yet who would have thought the old man to have had so much blood in him?”

Quando The Aviator divenne campione di incassi negli Stati Uniti e successivamente in tutto il mondo, la parola “quarantena” era perfettamente ben inserita in quel contesto cinematografico dei primi decenni del Novecento, ma, nei primi anni del XXI secolo che coincidono con la produzione del film in questione, sembrava essere caduta quasi in disuso (esattamente come nei primi mesi del 2020), e impiegata forse più che altro parlando di episodi che riguardano varie circostanze storiche.  Chi mai avrebbe pensato che quel vocabolo perfettamente sillabato dalla premurosa mamma di Hughes sarebbe tornato di “gran moda” in tempi recenti e che, nell’evidente ripetersi della storia, tutto il mondo sarebbe stato letteralmente bloccato e messo in quarantena? “Quarantena” che spesso, per fare riferimento a uno dei tanti anglismi di cui ormai si serve anche la nostra lingua, è stata internazionalizzata e sostituita dalla parola inglese lockdown, isolamento, quasi proprio a voler indicare un chiavistello ben chiuso per confinare persone da eventuali pericoli esterni, come misura di sicurezza; termine, forse non a caso, anche riferito alla relegazione di prigionieri nelle loro celle. 

Di fatto, che sia isolamento, quarantena o contenimento, oggi tutti sappiamo cosa voglia dire essere stati sottoposti a una lunga e dolorosa fase di chiusura e “distanziamento sociale”: espressione alquanto infelice e angosciosa natadopo la diffusione di una nuova malattia respiratoria che si chiama COVID-19, la cui rapida trasmissione ha causato un numero altissimo di vittime in tutto il globo. Non è questa la giusta sede per indagare perché, come e dove si sia diffusa questa patologia, né come sia stato possibile che nell’era della tecnologia non si sia stati in grado di isolarla e contenerla prima che l’espansione divenisse pandemia. Di fatto, tale è stata dichiarata dall’OMS che ha definito questa polmonite “una emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale” durante i primi giorni del mese di marzo, sottolineando che “pandemia non è una parola da usare con leggerezza o disattenzione”. Quando tale dichiarazione ha sconvolto l’intero pianeta tutti in pochissimo tempo abbiamo dovuto ri-acquistare confidenza con ritrovate parole e, purtroppo anche con restrizioni di ogni tipo: divieto di viaggiare, di prendere mezzi pubblici, di uscire per comprare beni non ritenuti di prima necessità, ovvero generi alimentari, coprifuoco, distanziamento sociale/fisico, divieto di incontrare persone, uso di guanti in lattice e mascherine per tutti in luoghi diciamo “affollati”, sebbene le immagini trasmesse dai Tg in quei giorni mostrassero città vuote avvolte da un’atmosfera surreale. 

Da tutto questo ecco di nuovo l’importanza di un’abitudine che sembrava ormai scontata: lavarsi molto frequentemente le mani e, insieme a saponi e tubetti vari, ecco dunque anche una lunga lista di nuove parole vecchie. La parola “febbre”, che indica uno dei possibili sintomi della esordiente disfunzione, assume un significato diverso e se la Febbre del sabato sera colpiva con la voglia di vivere, questa febbre ha più che altro l’aspetto della paura: paura della gente potenzialmente infetta, paura di una malattia sconosciuta e apparentemente quindi quasi incurabile, paura di perdere affetti e lavoro e denaro, paura di sentirsi definire “positivo” piuttosto che “asintomatico”. Paura di non avere con sé il modulo di “autodichiarazione per gli spostamenti” nella sua versione più aggiornata, e che in qualche momento ha quasi forse assunto il significato di “dichiarazione di essere cittadino onesto, sano e parte di questo mondo”, ancora salvo dal male pandemico.

Pandemia, da “pandèmio”, sta a indicare qualcosa che appartiene a tutti, che è comune a tutti, parola associata alla diffusione globale di malattie; nel mondo classico, “pandèmio” era riferito alle divinità dell’amore erotico. Che poi questa distribuzione di amore riguardasse un pubblico più o meno vasto in tempi di COVID forse è quasi trascurabile. Di fatto, nella affannosa ricerca di una diversa realtà è tanto più gradevole fare riferimento a quelle tre letterine iniziali, “pan”, e viaggiare un po’ nel sogno fino ai giardini di Kensington a festeggiare la fuga del virus verso un’isola che non c’è. Dove quindi il distanziamento, sociale o fisico che sia, i nastri a terra posti alla distanza di almeno un metro nei supermercati, – che magari fossero le caselle del “gioco della Campana” – ecco, quella lontananza tra persone non serve più perché è stato necessario proteggersi ma ora è più utile ricordare che tra proteggere e spaventare il confine è piuttosto sottile. Chissà quante migliaia di volte è stata ripetuta la parola “virus”, dal quale, ci dicono, è possibile almeno in parte, salvaguardarsi indossando una “mascherina”; mascherine di stoffa a fiori, a quadri, con pizzo o tinta unita, di misura ridotta adatte per bambini, di carta, di jeans: tutte nascondono sorrisi, denti, labbra, rossetti e solo raramente si nota se qualcuno sorride con gli occhi perché poi c’è anche che si devono evitare assembramenti, con la “r”. 

Pur vero che assemblare vuol dire “mettere insieme” ma “assemblamento” condivide impieghi e significati del sinonimo assemblaggio”, dal francese assemblage. Sembra che la parola “assemblamento”, assente nella maggior parte dei dizionari contemporanei, sia registrata dal Devoto-Oli 2020 e dal GRADIT, nell’edizione del 2007, che lo data 1995 in un articolo del “Corriere della Sera” come termine impiegato in certi settori specifici nel senso di “convertire, montare con assemblaggio”.  Comunque sia, laddove si indica un gruppo di persone riunite si deve parlare di assembramento perché le parole bisogna bene-dirle e infatti, forse non si pensa spesso a giocare con le lettere, a scomporre le voci fino a cercare un loro significato “più profondo” o meno comune, magari inesistente ma personale, però è certo che le parole possono creare come distruggere.

Tra assembramento e gruppi di persone a un certo punto… spuntò la parola “congiunti”: chi sono stati i con-giunti in tempo di quarantena? I fidanzati, i cognati, i cugini, le nonne, gli affetti stabili? E gli amici? Con-giunti da cosa? Forse siamo stati tutti uniti da una sola idea: l’immunità, che definirei “voglia di salvarsi”. Perché esistono le cose immuni, immuni e libere da tutto, sono le cose che si salvano dall’idea del possesso, perché il possesso non è condivisione, non è libertà, non è amore, non è coraggio. Quante parole, elenchi di parole usate e riusate nell’anno del nuovo virus; quante teorie, quante buone speranze vane; solo a una parola affido tutto: libertà, e a un possibile suo nuovo concetto post-pandemia, più ampio e più allegro, dopo giorni di vita a metà in cui tutto sembrava infetto, anche l’aria e il sole, anche re-stare ben chiusi in casa.

Poi ci sarebbe “amors” che in una interpretazione molto poetica quanto romantica vorrebbe essere l’etimologia di una meravigliosa parola che vorrebbe dire “senza morte”, ma quello è ben altro lemma.

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