Un calcio nel vuoto. Fare e guardare un gol al tempo del Covid

Filippo Grazzini 

Ormai oltre due mesi fa un mio amico e collega del Disucom, filologo valente e buon intenditore del gioco del calcio, stava tenendo al telefono con me una conversazione disimpegnata. A un certo punto se ne è uscito così: “sono ricominciati il campionato e le coppe, ma non mi ci appassiono più, in me si è rotto qualcosa”. Sorpreso e un poco rattristato, ho riflettuto sui perché di un tale disamore. Tra il football prima del Covid e il football durante il Covid si è determinata in effetti una differenza rilevante, il vuoto degli stadi: e questo ha conseguenze nella nostra sensibilità.

Dopo incertezze e polemiche, coinvolgenti la Federazione Gioco Calcio, la Lega delle Società, la stessa Uefa, quella che secondo certi parametri è la terza industria nazionale ha ripreso a ‘produrre’. La serie A era stata interrotta, per l’allarme sociale del contagio, il 9 marzo; ha rimesso in campo gli atleti il 20 giugno, con l’obbligo di giocare a porte chiuse; si è riusciti a finire il campionato il 2 agosto e si è programmata la nuova stagione; anche i trofei internazionali sono stati assegnati (Europa League il 21 agosto, Champions League il 23).  Gli assi e i comprimari hanno giocato con foga non minore del passato, facendo le stesse prodezze e gli stessi autogol; ma delle loro azioni non si è sentita l’eco emotiva sugli spalti, dove tutto era silenzio.  I campioni volevano dare spettacolo; però il dramma di ogni partita si è consumato in una sorta di grande bolla, con un effetto straniante. Si è corso e si è sudato come nel vuoto. A bordo del campo, o accomodati in pochi sulle prime file di poltroncine in tribuna (quasi a voler tentarne un ripopolamento impossibile), erano in pochi, per ogni squadra: il mister, il medico sociale e altri sanitari, alcuni dirigenti e accompagnatori, qualche giornalista privilegiato e qualche imbucato – in Italia non mancano mai. Tutti i presenti gridavano di continuo, per indicare strategie, per incoraggiare, per imprecare o gioire: grida nel deserto. Quando la palla gonfiava la rete mancava il boato dei tifosi, il momento aveva ben poco di magico. In termini di sonorità un big match si riduceva quasi a una povera partita di ragazzi su un campo di periferia, in un qualunque angolo del mondo. 

Si riduceva quasi. Appena all’esterno del rettangolo c’era infatti anche qualcun altro: c’erano gli operatori televisivi, decisivi non tanto per il singolo incontro in programma, quanto per l’intero sistema calcio. La realtà dal vivo si nega, quella a distanza si afferma; la partita è ripresa televisiva o non è. Il football non poteva non ricominciare e intende continuare nel 2020-21. The show must go on absolutely.  Il sistema di interessi e dei diritti ha tanto peso da chiudere i cancelli degli stadi agli appassionati, mettendoli di forza davanti al piccolo schermo, ciascuno a casa propria per un tifo privato. Del resto, proibiti al 90° caroselli e cortei festanti per una vittoria, la felicità dei fan ha trovato uno spazio di espressione sui social, con raduni non consentiti in carne e ossa.  Lo studio televisivo si è colorato, così, tutto o quasi di verde erba; è andato in esterni; ha ora misure maggiori di un teatro di varietà: 110 metri per 70. A fare studio è anche, naturalmente, un conduttore: il telecronista, verbalizzante in diretta le azioni, al di là di una semplice e naturalistica ripresa visiva e sonora. I suoi enunciati sono molto più eloquenti di quando sentivamo anche, sullo sfondo, le mille voci delle tribune. Dal canto loro i campioni, dopo un’azione, guardano spesso in macchina: se non è un Truman show, poco ci manca.

Il calcio artificiale e mediatico funziona, l’agonismo c’è, si vince e si perde, si consegnano scudetti e coppe. Possiamo essere soddisfatti? Se lo vogliamo lo possiamo, né si vede a breve un’alternativa; è anzi da sperare che una numerosità di positivi nelle rose delle squadre non costringa allo stop anche le competizioni del 2020-21. Altro però era il football di ieri. Lo cantavano e narravano Umberto Saba, partigiano della Triestina; Vittorio Sereni insieme a Giovanni Raboni, seduti insieme sulle gradinate di San Siro per la loro Inter; Silvio Ramat, con i suoi versi in viola; e Albert Camus, Osvaldo Soriano…Non si vuole essere nostalgici; ma un calcio domiciliato, monadizzato e virtualizzato, almeno per chi lo segue, pare avere smarrito nel vuoto dei suoi catini il senso di un’epica collettiva, di battaglie ideali tra eserciti. Anche se, con le schiere di teppisti lontane degli stadi dove per anni avevano spadroneggiato, sono per il momento finite le battaglie reali: e per una fisicità del genere non abbiamo nessun rimpianto.

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