“Io era tra color che son sospesi”. Condizione di una laureata alla Tuscia nel tempo del lockdown

Letizia Aggravi

Ho conseguito la laurea in Filologia moderna presso il Disucom il 20 febbraio 2020. Lo spettro del coronavirus già aleggiava in Italia dal 30 gennaio, quando vennero confermati i primi due casi a Roma; ciononostante sul finire del mese successivo si era ancora ignari dei drammi che sarebbero seguiti. Così, in quella limpida e mite giornata di un inverno ormai declinante si svolse in modo tradizionale la seduta di laurea alla Tuscia: le cerimonie di discussione e di proclamazione in un’aula reale, alla presenza in carne e ossa della commissione di laurea e con una fitta schiera di parenti e amici tra il pubblico. Non mancarono gli abbracci, i baci, la torta e i bicchierini di spumante. Pochi giorni dopo, il 9 marzo, l’annuncio della chiusura di Santa Maria in Gradi. Mi reputai fortunata di aver potuto festeggiare il traguardo della magistrale in tutta tranquillità; molti colleghi laureandi hanno dovuto rimandare il tanto agognato giorno, discutendo la tesi telematicamente, senza potersi congedare dalle aule della propria Università e dai propri docenti, stringendo loro la mano.

All’improvviso il tempo si è fermato; tutte le mie speranze, i miei progetti per la vita futura, post-laurea, si sono congelati, rimandati a un dopo indefinibile, a una ritrovata normalità che non è giunta davvero mai. I sessantanove giorni di lockdown non hanno cambiato di molto la mia esistenza quotidiana degli ultimi anni, una casalinghitudine  fatta soprattutto di studio; ho passato infatti gli anni di università da non frequentante, studiando nella mia casa in Maremma per motivi di famiglia e venendo quando possibile a Viterbo per lezioni e conferenze. Ho dunque vissuto l’eccezionale confinamento come sempre seduta alla mia scrivania, leggendo e scrivendo la maggior parte del tempo. Giorni fecondi dal punto di vista intellettuale per l’abbondanza di tempo da dedicare all’otium; tra le mie letture Les Fleurs du mal: scelta forse inopportuna, quella di Baudelaire, se si considera la condizione generale di fragilità emotiva propria del presente. Ma sono stati proprio i versi del grande poeta francese a farmi riflettere e a dare una forma alla strana sensazione che cresceva in me mentre scorreva lento il tempo della chiusura. Un senso di straniante inquietudine, uno spleen sottilmenteangosciante dato dalla noia di giorni tutti uguali, sospesi nell’incertezza del futuro: non si può vivere di sola letteratura. Pesavano inoltre sul precario equilibrio domestico le preoccupazioni economiche e gli umori resi mutevoli dalla convivenza forzata: anche amandosi la lotta per gli spazi crea tensioni. Non tanto invece mi ha spaventato il rischio del contagio: il mio paese, Magliano in Toscana, è rimasto immune da casi per tutto il lockdown; e proprio per questo ci siamo sentiti quasi invincibili, sicuri della inespugnabilità della nostra fortezza, liberata ormai cento anni fa dalla malaria. E in generale la Maremma e la Tuscia non hanno conosciuto la pandemia nei suoi modi più spietati, come in altre zone d’Italia. Piuttosto vivevo un tempo sospeso; dopo la laurea avrei desiderato iniziare finalmente la mia vita da adulta, intraprendere una carriera (seppure inizialmente senza garanzie), giungere a una indipendenza economica. Come Giovanni Drogo del Deserto dei Tartari, avevo raggiunto con soddisfazione un grande traguardo della giovinezza (per lui la nomina di ufficiale, per me la corona d’alloro) ma raggiunta la Fortezza Bastiani il tempo si era improvvisamente fermato, bloccato nella invariabilità dei giorni, senza neanche l’ombra dell’esercito nemico all’orizzonte. Ora capivo, e capisco Buzzati fino in fondo. 

Poi l’estate, che ha portato insieme al caldo la progressiva riapertura. Stagione che sarebbe di sole e di pienezza di vita, rivelatasi al contrario – per me – come la sentiva Ungaretti: “è l’estate […] con i suoi occhi calcinanti / va della terra spogliando lo scheletro”. Questa estate non ha potuto dissolvere del tutto l’inquietudine dei giorni di lockdown, di certo alimentata dalle ambiguità delle politiche sanitarie e dalle divergenze degli esperti sulle strategie da adottare contro un nemico invisibile e temibilissimo. Il rischio presente di una possibile nuova chiusura totale, o di tante chiusure parziali, induce nei nostri animi nuova cupezza.  

“Io era tra color che son sospesi” dice Virgilio a Dante in Inferno II 52, alludendo alla condizione delle anime limbicole di cui anch’egli fa parte: destinati per l’eternità a un “duol sanza martiri” per una colpa che non fu scelta personale (la nascita in un’epoca precedente il cristianesimo), malinconicamente protesi verso il desiderio impossibile di vedere Dio. Anche “io era” e sono “tra color che son sospesi”, ma non so se per l’eternità. È come se noi laureati nelle date della pandemia fossimo impossibilitati a far fruttare il nostro titolo. È sempre stato storicamente difficile per le giovani generazioni trovare un’occupazione: ora abbiamo una difficoltà accresciuta. La quasi impenetrabilità dello spazio sociale è scoraggiante; il timore dei contagi polverizza la collettività. Se la socialità virtuale di Facebook e Instagram esiste, quella fisica sembra di no. E il mio titolo sta perdendo, se non altro affettivamente, valore. Ma almeno prendere coscienza di questo mio stato, e scriverne, è qualcosa. 

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