Leonardo e Machiavelli al servizio della prepotenza fiorentina

Simona Rinaldi                                                                                                        

Chi è oggi il prepotente, l’oppressore, il persecutore sistematico, che ci toglie una parte di libertà e ci dà angoscia? Pensiamo alla società come un tutto, un io collettivo, e risponderemo convintamente, in questi mesi difficili: il covid. L’ infezione da coronavirus, il tiranno universale, ha il poco lusinghiero titolo di Bullo Globale.

Nell’esistenza e nella storia, in effetti, si può incontrare chi prevarica. A volte il suo tentativo di sopraffarci va a vuoto; a volte può invece riuscire, e richiede a noi una capacità di capire – attraverso un confronto delle posizioni – le cause remote di un’aggressività, così da rimuoverle per il futuro, ma attuando nel presente, in mancanza di alternative, una repressione appropriata. In attesa che del Bullo Globale, con l’aiuto del vaccino, prendiamo le misure, riflettiamo su passato e presente.

Nel raccontare le vicende biografiche di Leonardo, Vasari affermava che «col disegno delle mani sapeva sì bene esprimere il suo concetto che con i ragionamenti vinceva e con le ragioni confondeva ogni gagliardo ingegno. E ogni giorno faceva modegli e disegni da potere scaricare con facilità monti, e forargli per passare da un piano all’altro … e modi da votar porti, e trombe da cavar de’ luoghi bassi acque, che quel cervello mai restava di ghiribizzare».
Ai ‘ghiribizzi’ dell’estate 1503 appartiene il progetto disegnato da Leonardo su richiesta di Niccolò Machiavelli, per deviare le acque dell’Arno nell’ultima ansa del fiume prima di giungere a Pisa, dove all’epoca si trovavano accampate le truppe fiorentine nella guerra contro la città marinara ribelle dal 1494. Leonardo progettò la costruzione di una diga che deviasse il fiume lontano da Pisa in due canali che sboccavano direttamente nel mare, lasciando la città nemica priva di risorse idriche.

Il 20 agosto 1504 il gonfaloniere fiorentino Pier Soderini su consiglio di Machiavelli approvò il progetto e diede avvio ai lavori, presto conclusi nell’autunno. Ma già nell’ottobre 1504 l’Arno, gonfiato a dismisura dalle frequenti piogge, esondava dalle spallette troppo basse dei due canali, allagando tutte le circostanti campagne fiorentine e riprendendo il suo corso naturale.

Al fallimento del progetto seguirono numerose accuse dirette sia a Leonardo che a Machiavelli, per aver entrambi seguito un «ghiribizzo» (Guicciardini), espresso con «un’idea assai infelice nella quale s’erano riscaldati stranamente, contro il parere delle persone più competenti» (Villani), con la conclusione che «il fiume si rise di chi gli voleva dar legge» (Muratori). La morale della storia è che Pisa allora si salvò dall’aggressione, ma ancor oggi si ricorda questo fallito tentativo di prepotenza, orchestrato da due tra i più illustri cittadini fiorentini.

È senz’altro vero che le azioni malvage hanno maggior fama di quelle buone, ma al tempo stesso offrono motivo di riflessione e di dibattito, rivolti sia ai più giovani, come gli studenti, sia ai colleghi. Oggi è molto di moda il tema del bullismo, ma chi altro è il bullo se non un prepotente che vuol imporre agli altri la sua volontà e i suoi interessi personali? Gli psicologi insegnano che con il bullo si deve cercare di intavolare un colloquio, bisogna tentare di comprendere il suo punto di vista. Perché sicuramente la sua prepotenza deriva da una mancanza che egli sente dentro di sé, da un’assenza di fiducia nelle sue capacità, da un senso di inferiorità nei confronti degli altri e da un’ansia crescente di essere riconosciuto come il più bravo, il migliore, il più autorevole.

Il prepotente non sa comprendere che l’autorevolezza non si compra e non la si ottiene con la forza, essa infatti è purtroppo, o per fortuna, una qualità che viene spontaneamente riconosciuta senza doverla esigere. Questo mancato riconoscimento genera nel bullo una comprensibile rabbia, che viene scaricata sugli altri con l’imposizione della propria volontà.
È un meccanismo psicologico ben noto che una persona serena nei suoi affetti e soddisfatta di sé stessa non è destinata a subire, ma che colpisce tutti coloro che per qualche ragione sono scontenti di sé stessi e si trasformano in bulli andando a prevaricare amici e colleghi.
Per affrontare un bullo bisogna aiutarlo a tornare nella normalità, si può provare a parlarci, si può tentare di resistere alle sue assurde pretese. E se alla fine ogni conciliazione è vana, allora non c’è più che una strada: denunciarlo e difendersi con tutte le armi legali che si possiedono. Sottrarsi, fuggire, è solo un modo per rimandare la soluzione finale, avvelenandosi l’esistenza.

Il fenomeno del bullismo e della prepotenza più o meno esplicita non sono diffusi solo tra i giovani studenti di tutte le età, ma anche nei luoghi di lavoro. Il caso più comune è quella del capoufficio, ma non sono rari neanche i casi di singoli che tiranneggiano l’intera comunità di colleghi, trovando in tale esercizio di potere un viatico per soddisfare le principali lacune della propria vita personale e professionale. La strada maestra per questa comunità è di rimanere compatta e solidale, laddove al bullo interessa solo l’affermazione personale e l’esibizione del suo potere, da accrescere sempre più e ad ogni costo. E allora, perfino Dante può giungere in soccorso: «Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza».

Vorrei invitare colleghi e studenti a raccontare casi di prepotenze e sopraffazioni mediante esempi letterari, storici o personali.

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