Il tempo che manca: pensieri sulla vita di fretta

Filippo Grazzini

Chi crede che la cultura deve sempre essere vitale trae volentieri dalla realtà quotidiana, sia quella esteriore sia quella delle coscienze,  spunti per una elaborazione intellettuale. Tanto più oggi, con i mille disagi del Covid, ma in realtà non da oggi, un carattere evidente delle  nostre giornate è la mancanza  di tempo che lamentiamo. Ammettiamo, rammaricati, con noi stessi di non riuscire a compiere nel corso delle ventiquattro ore tutte le attività che ci ripromettiamo di fare.  Ce ne scusiamo con gli altri: “sai, non ho trovato  il tempo di”. Abbiamo perfino inventato una formula, “non ho il tempo materiale”, che è rivelatoria. Pretende di dare la stessa tangibilità – e quindi controllabilità – delle cose del mondo a una entità assolutamente immateriale, entro cui esse si dispongono (ma appunto senza entrarci tutte), per quanto concreti siano gli strumenti approntati dell’uomo per misurare quel flusso inarrestabile e sfuggente: la clessidra, la meridiana, l’orologio. In quale momento si è cominciata a sentire questa inadeguatezza? Da quando abbiamo cominciato a inseguire, senza più riuscire a raggiungere? E in termini  filosofici, non storici: quale significato può avere questa sensazione? Non si tratta, precisiamolo, di qualcosa che sopravviene prima dell’attuazione di un nostro progetto, e lo vanifica; si tratta proprio della incontenibilità di tutti i nostri negotia nella misura della giornata. 

La percezione del tempo mutata nella modernità rispetto a secoli lontani, fino ai casi estremi di questo XXI secolo ormai in corso da due decenni, sembra dipendere dagli irresistibili sviluppi della tecnica e della meccanizzazione. La sua egemonia, prevista da Emanuele Severino, pare essersi realizzata. Il Novecento in specie ha favorito e diffuso molti automatismi nei nostri atti abituali: fare cucina, curare la propria persona, procurarsi oggetti, fruire di servizi o fornirli, informarsi, comunicare. Massima evidenza ha il viaggiare: il treno, l’areo, l’automobile hanno ridotto drasticamente la durata dei viaggi, come accorciando gli spazi (e sappiamo che lo spazio materializza e misura il tempo). Guadagnato tempo con lo sveltimento di certe azioni, suscitiamo in noi stessi l’ambizione di utilizzarlo per altre attività. Eleggiamo così a regola l’attivismo; vorremmo che le ventiquattro ore fossero di più, giungiamo nella nostra instancabilità a sforzare il nostro corpo e a nuocere alla nostra salute. Si ricorderà la situazione-limite dei soldati in inglesi in Iraq (2003) che, per sorprendere i nemici con azioni notturne, assumevano farmaci inibitori dell’impulso del sonno. La cosa più notevole è che con la maggiore disponibilità di tempo questo desiderio di operatività cresce, e non proporzionalmente, ma in scala maggiore. Posso fare di più? Voglio fare di più, sempre di più, ma non avrò fatto mai  abbastanza. L’abitudine dei nostri amici e soprattutto delle nostre amiche di chiamarci con il cellulare in viva voce mentre lavano i piatti (il rumore proveniente dall’acquaio non lascia margini di dubbio) è soltanto la più elementare e domestica delle forme di multitasking oggi diffuse, fino al parossismo. Parlare al telefono guidando è un’altra, e si potrebbe continuare molto a lungo. Lo stile, lo spirito del tempo (appunto) è questo: e a poco vale, per chi fa involontariamente la figura del conservatore, ricordare che il campione storico di multitasking, Napoleone, ebbe pure la sua Waterloo.

Sul produttivismo “performante” dell’uomo e della donna di oggi incidono di sicuro la logica dell’economia di mercato senza freni, tra iperproduzione e consumismo, e  l’assunto della competitività. Ma non è solo questo. Cresciuta la popolazione del pianeta terra a 8 miliardi, con moltitudini che per la prima volta, dopo millenni di anonimato (e di servitù e dolore) si affacciano sul mondo, si vedono riconosciuti diritti e manifestano desideri, siamo non solo più stretti, ma anche più affrettati (di nuovo lo spazio si interseca con il tempo): perché più persone vogliono la stessa cosa, e la avrà chi è più rapido a prenderla. Gli appartenenti a questi soggetti nazionali (oggi all’ ONU sono rappresentati 193 Paesi, più OLP e Vaticano osservatori), etnici, sociali, di genere, assolutamente nuovi, e con loro ciascuno di noi, fanno (facciamo) uso in specie dei dispositivi digitali: acceleratore impressionante, e forse perverso, di processi comunicativi e operativi. Sono soprattutto il computer, il mondo parallelo della rete, la versatilità dello smartphone e la megafonia dei social ad aizzarci, a spingerci a provare a fare – anche a dire – sempre più cose nel minor tempo. Preso atto delle nostre maggiori potenzialità, rivelate dal digitale, tanto il sistema di convenzioni e  valori sottintesi al quale facciamo riferimento nella nostra vita quanto – almeno in certi casi – i regolamenti delle istituzioni hanno alzato l’asticella. Fare di più è quasi un obbligo per chi voglia far carriera invece di emarginarsi da sé e andare ai giardinetti; quanti (almeno fino alla pandemia che ci ha bruscamente rimessi in casa) non conciliano famiglia, lavoro, scuola di lingue, cineclub, yoga, tennis, piscina, psicoanalista, serate a casa di amici e week end fuori città (un ventaglio esperienziale inimmaginabile anche solo per la generazione di padri/madri o  nonni/nonne) appaiono quasi dei signor nessuno, da compatire perché privi della quinta marcia.  

Non è detto che questo modo di vivere, in cui chi non comunica brevemente a voce e per iscritto è spesso poco gradito perché fa perdere tempo (con buona pace dei contenuti), cambi, che la velocità si riduca. Né ci si augura necessariamente che accada, se è vero che la rapidità è uno dei modi dell’intelligenza. Viene però da pensare che il voler fare sempre di più, mentre la nostra costituzione psico-fisica è data e ventiquattro ore sono ventiquattro, manifesta in noi una volontà di accumulazione. È proprio su questa smania, questa irriflessività famelica, che gioca la tecnologia della vita accelerata e a suo modo drogata. Al di là la somiglianza con un altro ordine di accumulazione, quella capitalistica, questa eccitazione di una delle potenze dell’anima, di qualcosa di profondo al nostro interno, sembra cogliere un nodo della nostra antropologia. Il senso della misura è conquista faticosa e precaria della specie umana? Ci vorrebbe un filosofo vero per dircelo, se avesse un attimo di tempo.

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