Migrazioni e Coronavirus

Matteo Sanfilippo

Alla fine dell’Ottocento Giovanni Battista Scalabrini ottenne dal papa Leone XIII il permesso di fondare una congregazione di sacerdoti, che si sarebbero impegnati a seguire e sostenere gli emigranti italiani. Poco prima della sua morte nel 1905, Scalabrini suggerì che bisognava in realtà preoccuparsi di tutti i migranti, senza creare istituti particolari per quelli di una singola nazione.

Al di là di un apprezzamento teorico tale proposta non fu veramente tenuta da conto per molti decenni. Solamente con Pio XII la Chiesa cattolica iniziò ad avere una visione su scala mondiale dell’insieme delle migrazioni e tale impostazione uscì rafforzata dal Concilio Vaticano II. Sulla scia di quest’ultimo gli scalabriniani stessi optarono per seguire i migranti di qualsiasi origine per meglio praticare questa opzione fondarono a partire dagli anni Sessanta del Novecento una catena di centri studio (Roma, New York, Parigi, Manila, Buenos Aires, San Paolo, ecc.) dediti alla ricognizione delle specifiche realtà migratorie. Inoltre ogni centro studio tese a creare una propria rivista di approfondimento.

Il numero 221 (gennaio-marzo 2021) di Studi Emigrazione, organo scientifico del centro romano, si basa sull’ampia ricerca condotta da tutti i centri Studi europei, americani e asiatici assieme a un certo numero di studiosi indipendenti. I dati completi di quel lavoro sono confluiti nel volume “Una Sola Casa” perché nessuno resti indietro! L’umanità alla prova del Covid-19, edito dai centri studi negli ultimi giorni del 2020. La pubblicazione in volume ha un numero di pagine superiore a quello del fascicolo della rivista, perché i rapporti sui vari continenti vi contengono una rilevante sezione sulle azioni intentate dal mondo cattolico per soccorrere migranti e rifugiati nel contesto pandemico, quando la chiusura dei confini statali ha bloccato una notevole massa fluttuante di persone in fuga per ragioni economiche o politiche. E quando soprattutto la paura del virus ha scatenato fortissime spinte xenofobiche: si pensi alle aggressioni negli Stati Uniti di immigrati cinesi, magari di terza o quarta generazione!

Il progetto iniziale dei centri studi era di allargare a tutto il pianeta quanto già intentato da Actuación scalabriniana en la Pandemia Covid 19 en Sudamérica (Buenos Aires-San Paolo, CEMLA-CEM-SIMN, 2020). Il volume dunque presta molta atenzione al quadro sudamericano e a quello europeo (in particolare i casi iberici, francese, italiano, tedesco e svizzero), nonché a Stati Uniti, Australia e Canada. 

Lo sforzo per il libro è stato massiccio, ma non tanto da coprire tutte le caselle necessarie, cosa d’altronde sino ad oggi non ancora tentata. In ogni caso in “Una Sola Casa” mancano alcuni tasselli: per esempio, una panoramica dell’Asia continentale, oppure dell’Egitto e del Medio Oriente. Inoltre la specificità messicana e centro-americana è schiacciata dall’attenzione agli Stati Uniti e al subcontinente meridionale. Infine sono studiati alcuni Paesi dell’Europa centro-occidentale, ma non il Belgio, l’Olanda e il Lussemburgo, nazioni di piccole dimensioni territoriali e tuttavia non irrilevanti nel complesso europeo. Per di più restano fuori l’Europa centro-orientale e quella orientale, l’Europa balcanica e quella settentrionale, ivi comprese Irlanda e Gran Bretagna. 

Si è subito pensato quindi a una seconda versione del libro in grado di ovviare alle mancanze appena ricordate, ma ci si è resi conto che mancavano le forze necessarie e conveniva raffinare il lavoro già svolto. Sono stati di conseguenza messi a fuoco i casi specifici, nei quali l’équipe aveva trovato dati particolarmente significativi. Soprattutto si è pensato di sfruttare le ricerche demografiche ed economiche già elaborate, prima che nuove informazioni le rendessero obsolete. Sono stati perciò recuperati dal lavoro originario i testi più significativi da questo punto di vista, sacrificando quelli invece più attenti alla dimensione culturale o politica. Inoltre sono stati sintetizzati gli interventi dei Centri studio, eliminando le parti relative al soccorso dei migranti.

La lettura dei saggi in questo numero di Studi Emigrazione e nel precedente volume conferma quanto la congiuntura abbia inasprito conflitti e razzismi già in atto. Tenuto conto dell’impatto pandemico, ci si prospetta un futuro prossimo peggiore del presente sul piano del blocco della mobilità, a causa della chiusura dei confini, e della non assistenza a profughi e rifugiati, date le crescenti spinte xenofobiche. Alla fine del 2020 è sembrato che la pandemia stesse addirittura cancellando la coscienza dell’inevitabilità delle migrazioni. Tuttavia l’evoluzione politica dei primi mesi di quest’anno, in particolare le prime decisioni della nuova amministrazione statunitense e la ripresa del respiro europeistico in alcuni paesi del Vecchio Continente, fa balenare ancora qualche speranza.

Non è il caso di sentirsi completamente rassicurati, ma possiamo nel frattempo cercare di capire meglio cosa stia accadendo e proprio per questo sono utili alcuni nuovi contributi pubblicati nel fascicolo di Studi e non nel volume. In particolare sono importanti le riflessioni sulle trasformazioni stimolate dalla pandemia nel funzionamento dei network migranti e delle loro modalità comunicative, ormai strettamente collegate all’uso di cellulari e tablet, nonché quelle su come le chiusure dei confini, volute dagli Stati per difendersi dal contagio, abbiano influito sulle migrazioni regolari e irregolari. In ogni caso bisogna ancora studiare molto, ma già stanno affluendo alla rivista nuovi contributi, mentre altre riviste, per esempio la Revue européenne des migrations internationales, stanno progettando ulteriori approfondimenti sul tema.

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