In sala parto, non in camera mortuaria: riflessioni su una mostra dantesca presso Unitus

Filippo Grazzini

Con una mostra di materiali bibliografici e documentari a tema dantesco, selezionati dal posseduto della Biblioteca dell’Università della Tuscia, l’Ateneo viterbese dà un nuovo contributo allo sforzo profuso dalla comunità intellettuale italiana e internazionale per ricordare degnamente il sommo poeta nell’anniversario sette volte centenario della morte. Dopo l’inaugurazione* del 13 settembre l’esposizione Galeotto fu’l libro. Dante e la critica dantesca nel patrimonio librario dell’Università della Tuscia (corridoio delle monofore a S. Maria in Gradi) sarà aperta fino al 15 ottobre (lunedi-venerdi, ore 9-17). La hanno ideata e realizzata il Centro di Ateneo per le Biblioteche e un comitato scientifico interdipartimentale, con rappresentanti anche del Disucom. Doppio l’intento. Da un lato illustrare la continuità lungo i secoli della proposta dantesca ai lettori, in una tipologia editoriale molto varia, finalizzata ad illuminare la poliedricità dell’Alighieri. Dall’altro guidare virtualmente i visitatori, seguendo il filo rosso della presenza di Dante, attraverso gli spazi di una Biblioteca dalla dotazione ormai apprezzabile. Posseduto è un termine del lessico dell’amministrazione e della biblioteconomia. Ma a un tempo Dante possiede noi, specialmente in questo anno 2021 segnato da una incalzante successione di manifestazioni commemorative e rivisitazioni interpretative: un demone pare eccitare e quasi ossessionare gli esperti, i promotori culturali, gli addetti alla comunicazione. Quando si sappiano evitare celebrazioni inconsistenti e retoriche o attualizzazioni acrobatiche, questo invasamento è certo un bene: chi scrisse la Divina commedia  abita quotidianamente, perfino senza una nostra consapevolezza piena, la nostra lingua, orienta il nostro immaginario e i nostri criteri valutativi della realtà (soprattutto etica), guida le nostre abitudini, ci ricorda chi siamo, dove siamo, quale storia abbiamo. Un dèmone, appunto, non un demonio.  

I 96 pezzi della mostra documentano la capacità dell’Alighieri d’imporsi alla cultura italiana di ogni epoca, grazie a una creatività quasi illimitata. Teorico e autobiografo dell’amore, pensatore dell’avventura della conoscenza, coscienza etico-politica sensibilissima, descrittore emozionante di viaggi terreni e ultraterreni, cristiano assoluto tra l’umano e il divino, Dante ha richiesto e richiede apparati editoriali adeguati alla sua complessità straordinaria e alle tante diverse modalità della sua comunicazione con i lettori.  Li esemplificano le otto teche di Galeotto fu’l libro. Così la prima, dedicata agli strumenti di consultazione e di inquadramento storico generale (Dizionari, enciclopedie, Vite di Dante, compilazioni araldiche); la seconda, sulle  opere minori, illustrate nelle migliori edizioni degli ultimi settantacinque anni; la terza, sul capolavoro, con edizioni di manoscritti singoli, anastatiche di incunaboli, le edizioni commentate oggi più diffuse  e soprattutto l’Aldina del 1515 (in anastatica), “col sito, et forma dell’Inferno tratta dalla stessa descrittione del poeta”: segno del bisogno di proiettare  in cartografia le dimensioni  geografiche immaginarie del poeta. Così anche la quinta, saggia valorizzazione della risorsa esplicativa costituita dai commenti danteschi succedutesi nei secoli. E la sesta, dove la scelta di opere di erudizione linguistico-letteraria del Cinque e Seicento documenta anche ostilità dichiarate verso l’Alighieri. La settima, su impostazione affine, ripercorre grandi momenti della storiografia e della critica letterarie moderne, fino agli interpreti novecenteschi e ad alcune Lecturae Dantis recentissime. L’ottava offre un Dante per immagini, raccogliendo volumi specialistici, usciti specialmente in anni a noi vicini, su commenti illustrati del poema (Botticelli!) e sulle diverse chiavi con cui le arti figurative, così del sec. XIV come del XX, hanno rappresentato il sacrato poema. Svetta sulle altre la Teca quarta, dove si offrono eccezionalmente ai visitatori, nel centenario della nascita (scomparve prematuramente nel 1989), alcuni campioni del lungo lavoro di Giorgio Petrocchi, il filologo romano che nel 1966-67 pubblicò con la Società Dantesca Italiana il testo della Commedia “secondo l’antica vulgata”, edizione ancora oggi di riferimento primario. Amichevolmente messi a disposizione da Francesca Petrocchi, figlia dello studioso e da alcuni lustri professoressa di Letterature comparate alla Tuscia, i materiali ci conducono per qualche momento nel laboratorio del grande studioso, tra quaderni di lavoro manoscritti, varianti riportate a penna con  inchiostri di colore diverso, tratti a matita, un abbozzo di stemma codicum, estratti della corrispondenza con altri studiosi.

Viterbo e la Tuscia (Bolsena, Bagnoregio, Tarquinia), area di sicuro attraversamento da parte del Dante storico, sono incluse nella  geografia testuale, mentale e morale del capolavoro: basti citare il  passo del “bulicame” di Inf  XIV. Studiosi molto autorevoli come Enrico Malato e Roberto Mercuri, curatori entrambi della Commedia in anni recentissimi (2018 e 2021, volumi accolti nelle teche), hanno insegnato nel nostro Ateneo a lungo; Paolo Procaccioli, conoscitore ed editore eccellente in specie dei commenti tre-quattro-cinquecenteschi al Poema (ne dà conto la stessa Teca quinta), vi continua a prestare la sua opera valorosa. Tra didattica e ricerca, l’Alighieri trova insomma accoglienza familiare da noi. Tuttavia Galeotto fu ’l libro ci fa consapevoli  anche della funzione e della morfologia di una biblioteca come quella universitaria viterbese. Patrimonio di conoscenze, che si vorrebbero accumulate non per diventare materiale da deposito o – peggio – da soffitta, ma per costituire una banca dati continuamente interrogata e rivitalizzata, una biblioteca che attraversi il tempo documentando le stagioni dell’editoria ha essa stessa una storia e una forma. Come un albero si ramifica, accorpa parti successive alle originarie, mette nuove gemme e nuovi frutti. La biblioteca di Unitus consiste non solo della sua Collezione principale: se fosse così sarebbe forse più comodo, ma storicamente meno vero. Comprende anche raccolte più contenute, una serie di Fondi, venute producendosi nel tempo a seguito di dinamiche intellettuali e circostanze dell’esistenza di chi in origine le possedette. I Fondi hanno in prevalenza un carattere specialistico, ma incroci tematici suggestivi si possono produrre. È notevole che nelle teche della mostra dantesca siano stati ordinati materiali provenienti non dalla sola Collezione principale di S. Maria in Gradi o dallo stock di Riello, o ancora dalla sezione Periodici, ma da cinque diversi fondi speciali: Scognamiglio, Rosselli, Maetzke, Cesare Brandi, Cardona. 

La mostra finisce con la locandina dell’affollato colloquio di studi Dante per tutti. Luoghi tempi, culture, ideato e organizzato dal Disucom, tenuto in Ateneo il 6-7 maggio scorso, del quale si confida di poter pubblicare gli Atti. La locandina vale non solo da  attestazione ulteriore dell’attenzione prestata da Unitus all’Alighieri, ma anche da proiezione nel futuro: da secoli a Dante non mancano lettori, potranno non mancarne anche un domani. Appare un po’ inappropriato che in quest’anno centenario si parli e si scriva da più parti (non nella Tuscia) di  celebrazioni per i settecento anni della morte del sommo poeta: una morte non si celebra, si commemora un defunto. È storicamente congruente che la mostra viterbese si inauguri il 13 settembre, giorno in cui Dante nel 1321 si spense. Tuttavia – come i tanti libri esposti ci provano – la fine dell’esperienza biologica del grande scrittore non impedì che cominciasse un’altra storia, quella della sua lettura secolare: così che l’anniversario di Dante equivale per noi non a una visita di una camera mortuaria, ma a una presenza in sala parto. 

*L’inaugurazione delle mostra avrà luogo lunedì 13 settembre alle ore 11 presso l’Aula Magna in Santa Maria in Gradi.

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