Freaks out e i poteri del sogno, tra Roma, Viterbo e il mondo

di Giovanni Fiorentino

Mi sono divertito come un ragazzino a guardare Freaks out, il secondo film di Gabriele Mainetti.  Dall’inizio alla fine, con le scintille negli occhi e qualche pausa lunga, evitabile, comprensibile per eccesso di passione e piacere, tornando finalmente a sprofondare nella poltrona del cinematografo – che godimento – in una splendida sala di provincia, semivuota. Dall’inizio alla fine, per 141 minuti, dall’immersione nel tendone del circo Mezzapiotta, con gli occhi dei bambini persi tra le lucciole e la luce che scende sui contorni dei quattro protagonisti, Matilde, Cencio, Fulvio e Mario, cercati dalla cinepresa con movimento di macchina leggero e felice, fino al gioco dei titoli di coda, con i disegni che inscenano alcuni semidei di riferimento, Diego Armando Maradona e Pelè, Rita Levi Montalcini, Mandela e il Papa, naturalmente Jeeg Robot d’acciaio e la matita che riannoda l’audiocassetta.

Freaks out è un film di immagine e di luce. Come nella straordinaria tradizione italiana del dopoguerra, da Roberto Rossellini a Federico Fellini, è un cinema di visioni che si proietta nel 2021, e aiuta a sognare il mondo intero. Nel senso duplice, che porta il sogno italiano al mondo, e consente di sognare un cinema contemporaneo globalizzato, spettacolare, da super eroi e super poteri per tutti, all’Italia dei nostri anni faticosi.

La prima immagine. Il circo, un lucernario di polvere e luce, George Melies e la genesi del cinema.  E della modernità. Nei quattro protagonisti che entrano in scena nel tendone del circo, sulla bellissima piazza San Lorenzo a Viterbo, c’è la poesia stracciona dell’immagine italiana filtrata dall’inconscio ottico e tecnologico di quasi un secolo e mezzo di cinematografo. Eccolo il circo Mezzapiotta, i freaks e tutto il cinema del sogno, da Elephant Man a Big Fish, tra Tim Burton e David Linch (e si potrebbero contare tutte le citazioni che si sciolgono nel sogno), allo spettacolo classico di fine Novecento di Steven Spielberg: ET in bicicletta sospeso per aria in viaggio verso la luna, insieme a Cencio e Matilde sparati dal cannone e ai Freaks distanti di Tod Browning (1932), comunque punto di riferimento. Il tempo è quello, siamo nel 1943, molto vicino a quello di un’Italia povera e orfana dell’immediato dopoguerra, raccontata da Rossellini e De Sica (sembra di volare anche insieme ai poveracci di Miracolo a Milano, in una Roma che  da vent’anni proprio non si riesce a sognare), ma con un movimento che ci trasporta nel sogno della Roma felliniana e degli slittamenti continui tra la provincia – che è Viterbo e la sua natura fantastica, ancora Fellini de La strada – e la città – quella che abbiamo perso ormai da anni perché non la sappiamo sognare noi e non la sanno sognare né i politici né le istituzioni. 

Il suono sognante e tattile che accompagna le prime immagini evoca Danny Elfman, il musicista alter ego del cinema di Tim Burton, invece anche qui ci ha messo mano l’italiano, anzi romanissimo, Mainetti insieme a Michele Braga: è uno scivolare di perline colorate dalle mani che cadono a terra e si infilano sotto la pelle dei piedi, facendola vibrare all’unisono con la danza degli attori.  

Il luogo. Viterbo, piazza San Lorenzo, il palazzo dei Papi sullo sfondo. È la seconda immagine, complemento della prima, con la guerra mondiale, il bombardamento che ti lascia spiazzato e il fiato bloccato in gola. La bellezza di questo paese è tutta nella molteplicità delle immagini che lo rappresentano, alcune tra le quali ancora non hanno fatto breccia completamente nell’immaginario collettivo. E ancora Mainetti guarda altrove. È il cinema che ti esplode in mano, con gli effetti speciali Avengers, la guerra che incalza, le bombe alleate, il campanile che si sgretola in piazza San Lorenzo, le arcate del palazzo dei Papi a fare da quinta scenografica alle bombe che scendono dal cielo (e non all’aperitivo estivo al tramonto del Tuscia Film Fest), e ti rapisce con il canto recitato dei partigiani (Bella ciao) nei boschi della Faggeta di Soriano nel Cimino. Siamo di fronte a un teaser bartoniano, perché riesce a smuovere negli occhi di chi guarda qualcosa di magico, con un viaggio picaresco – vedi anche tutto il cinema di Monicelli – pronto a cominciare. 

La prima sequenza ci dice questo: siamo di fronte e immersi in un cinema dell’immagine e della possibilità di sognare, un cinema italiano che nulla ha da invidiare al cinema degli eroi e dei blockbuster internazionali, che offre qualcosa in più e di differente. Non tanto un cinema di scrittura, ce n’è tanta, forse troppa, talentuosa, sovrabbondante nel materiale di Mainetti e Nicola Guaglianone, con materiale forse per almeno tre o quattro film o qualche serie televisiva pronta da far partire. È un cinema che ti porta dentro una fiaba con il mistero narrante, la voce calda di Israel che è Giorgio Tirabassi, a modulare la presa dei sensi, le storie diverse e la danza numinosa delle immagini di Matilde, Cencio, Fulvio e Mario: la ragazza elettrica, il domatore d’insetti, l’uomo lupo e la calamita umana. La prima sequenza è un carillon elettrico in tempi digitali, con una semplice lampadina accesa tra le mani, e le labbra di Matilde, a provocare il cuore.

Questa naturalmente non è una ricostruzione filologica e lineare, e quindi arrivo a quella che per me è la terza immagine. Roma, quella delle rovine del Piranesi, della seconda guerra mondiale, delle bombe a San Lorenzo e dei Fori imperiali che rimbombano deserti, quella della rappresaglia al Ghetto e del rastrellamento al Portico d’Ottavia del 16 ottobre 1943. Nelle pieghe del film, è come se lo spettatore decollasse ogni volta fuori della storia ma nelle tante  e diverse storie verticali e orizzontali, atterrando inevitabilmente per le strade di Roma, tra le pagine di Roma città aperta, tra i racconti dei reduci di Auschwitz e di chi ha testimoniato fino a ieri il disastro dell’olocausto che ha coinvolto romani ed ebrei – e siamo ancora al respiro epico  spielberghiano –, e nel contrappunto sonoro di un romanesco che non tutti potranno capire, ma che ti porta immediatamente alla potenza della voce di Anna Magnani che grida “Francesco!”, alle sofferenze di una città smisurata e alla storia che ci porta ai bordi del nuovo millennio, fino alle periferie coatte esplorate da Lo chiamavano Jeeg Robot, costruendo uno spazio cinematografico nuovo e contemporaneo che sta tra Federico Fellini, Sergio Leone e Quentin Tarantino.

La quarta immagine è il Zirkus Berlin, condotto dal freak nazista, musicista con le mani a sei dita. Franz (strepitoso ed esondante Franz Rogowski, come la storia che lo riguarda) suona divinamente il pianoforte e la cinepresa danza con le sue dodici dita, mostrandoci un mondo trasfigurato. La follia dello spettacolo alla sua estrema potenza di orientamento distopico delle masse. Il potere dell’industria culturale matura, Goebbels al servizio del Fuhrer, la coreografia di Leni Riefensthal, ma anche il musical hollywoodiano con il passo dell’oca. E’ un grande contrasto, un montaggio di schiaffi, con Franz, le ballerine del circo, le sue dodici dita volanti, le divise e un mondo in forma di pallone che chaplinianamente rotola sul palco, in grado di percuotere i sensi e anestetizzare la sensibilità. Inutile dire che io rimango nel tendone viterbese, con le lampadine manipolate da Matilde (Aurora Giovinazzo) e le lucciole teledirette da quel prestigiatore di Cencio (Pietro Castellitto). Solo con la finestra potente, e il frame, del suono sognante di Franz che suona al pianoforte Creep dei Radiohead, il cinema decolla e diventa il nostro sogno, il sogno della diversità di ognuno di noi, orfano e mostro, la proiezione soggettiva dell’uomo immaginario, accarezzata dal movimento della macchina da presa, animata dalla possibilità del divenire. Che accompagnerà i quattro fantastici freaks nella loro trasformazione evolutiva, anche come attori in divenire, fino alla fine del film. Matilde, luminosa su tutti.

Qui si potrebbe anche finire. Invece ci sono immagini e visioni, a non finire. La quinta immagine è il bosco magico, la faggeta di Soriano nel Cimino, un capo gobbo, elettrico e furioso, interpretato da Max Mazzotta. La sesta, poi la settima e l’ottava, le tante immagini che procurano scintille negli occhi e ogni spettatore può scegliere soggettivamente a piacimento. La bombetta sulla testa di Matilde. Le allucinazioni di Franz. L’alba nei fori imperiali. Le lucciole nel barattolo. I dialoghi in romanesco (che Mainetti fa letteralmente amare). I dialoghi tra Matilde e Cencio. I dialoghi tra Matilde e il Gobbo. La scena d’amore tra Mario e la donna barbuta. Lo sparo verso la luna. Lo smartphone che guarda il futuro (proprio come il televisore di Matrix recupera il passato). I fantastici quattro – o Dorothy e i suoi amici – pronti a saltare sul treno. La scena dello stupro. Matilde e la tigre. I fantastici quattro sul treno. I partigiani nel bosco. I titoli di coda (non andate via prima che lo schermo diventi nero).  In ultimo, la guerra finale che non ti aspetti e che è solo piacere di girare una lunghissima, e inutile, scena di guerra, come quelle di Steven Spielberg in Salvate il soldato Ryan o Christopher Nolan di Dunkirk. Si sarà divertito tantissimo Mainetti…

E anche io, è chiaro. Per i miei occhi fuorviati, Freaks out è una schicchera, un bacio elettrico, uno sciame di lucciole che si innesta nel panico lunghissimo e faticoso del Covid 19. Dove Matilde ci guida a scoprire ancora i nostri fantastici super poteri.

E tu? Lo hai visto Freaks out?

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