La Storia delle famiglie Anticoli, Di Porto e Di Veroli a Viterbo durante il periodo fascista

Luca Bruzziches

Un grande merito nella ricerca storica riguardante la deportazione degli ebrei viterbesi va riconosciuto senz’altro all’allora direttore delle Biblioteche Comunali Giovanni Battista Sguario che nel settembre 1997 pubblicò sull’inserto 3 della rivista “Biblioteca e società” un articolo con il titolo Viterbo durante il periodo della Repubblica di Salò, che prendeva spunto anche da una pubblicazione a firma Bruno Barbini e Attilio Carosi del 1988. Il 26 gennaio 2001 venne installata in Via della verità una targa in ricordo della deportazione e uccisione di tre ebrei viterbesi Vittorio Emanuele Anticoli, Letizia Anticoli e Angelo Di Porto. Non vi è dubbio che Sguario insieme all’assessore Fosca Tasciotti e all’Associazione Italia Israele di cui facevo parte sono da ritenersi i veri artefici di questo primo presidio della memoria della Shoah a Viterbo. Ne seguirono altri come la messa in posa di tre pietre d’inciampo l’8 gennaio 2015 e per ultimo la targa posta dall’Università della Tuscia, fuori l’aula magna “G. T. Scarascia Mugnozza” nel complesso di Santa Maria in Gradi il giorno 27 gennaio 2020. La targa riporta i nomi dei dodici ebrei che furono prima rastrellati a Viterbo e provincia nel dicembre 1943 e poi detenuti nel carcere di S. Maria in Gradi per circa 4 mesi prima di essere deportati, dieci di loro, nel campo di Fossoli anticamera per Auschwitz da dove tornerà solo una di loro, Letizia Di Veroli.
La storia che lega le famiglie Anticoli, Di Porto e Di Veroli con Viterbo ha inizio nei primi anni del ‘900 quando Vittorio Emanuele Anticoli e la moglie Reale Di Veroli si trasferirono da Roma a Viterbo dove avviarono una piccola attività di merceria che veniva svolta in una bottega sita in Via Saffi, in cima alle scalette che collegano con Via Cavour, ma anche in forma ambulante con un piccolo carretto con cui si recavano nei vari mercati di ambulanti di Viterbo e provincia per vendere stoffe, bottoni e altri articoli di merceria. Vittorio Emanuele Anticoli era nato a Roma il 31/03/1885, Reale Di Veroli era nata, sempre a Roma, il 13/09/1886. Avevano cinque figli, tutti nati a Viterbo: Letizia il 30/08/1914, Rina il 13/12/1916, Rachele il 15/02/1919, Giuditta il 10/06/1922 e Angelo l’11/04/1926.
Nell’archivio della scuola elementare De Amicis di Viterbo ho trovato traccia di Angelo, Rachele e Giuditta Anticoli che negli anni dal 1932 al 1937 frequentarono le classi fino alla quinta elementare. Di Letizia non vi è traccia nei registri scolastici che partono dal 1932, quando lei aveva già 18 anni.
La più grande, Letizia, si unì in matrimonio con Angelo Di Porto nato a Roma il 22 agosto 1909. La cerimonia si tenne a Roma nel Tempio Maggiore sul Lungotevere de’ Cenci l’8 novembre 1936. Un anno dopo, il 18/11/1937 la coppia dette alla luce Silvano.
Questo nucleo famigliare, insieme agli altri pochi viterbesi di religione ebraica, dovette subire tutte le fasi della persecuzione dei diritti del regime fascista: dal censimento su base razziale, deciso dal regime fascista nell’agosto del 1938, all’espulsione dalle scuole, dal ritiro della licenza di ambulante alla precettazione obbligatoria. Di tutto ciò se ne trova traccia nei documenti che ho rinvenuto presso l’Archivio di Stato di Viterbo nelle buste 101 Prefettura, archivio gabinetto; 529 Questura di Viterbo; 561 – 686 – 780 – 783 Procura della Repubblica. La notevole quantità di documenti riguardanti il censimento su base razziale ritrovata presso l’Archivio di Stato è la dimostrazione evidente di quanto fu presa sul serio la questione razziale dal fascismo. Ciò al punto tale che con l’oggetto “Aggiornamento dello schedario degli ebrei” si sussegue documentazione anche negli anni successivi al 1938. Gli schedari furono aggiornati così bene che non fu poi difficile catturare molte di quelle persone meticolosamente schedate con tanto di indirizzo di residenza ovviamente.

Un documento molto significativo ritrovato in archivio che invece riguarda l’impatto che le leggi razziali ebbero sul mondo della scuola riguarda proprio il piccolo Silvano Di Porto, figlio di Angelo e Letizia Anticoli. Proprio Angelo, in data 17 ottobre 1940 inviò al prefetto di Viterbo una lettera scritta di proprio pugno in cui richiedeva di «… fare ammettere il proprio figlio Silvano all’asilo della città “Maria di Savoia”… ». È singolare che Angelo Di Porto presenti questa richiesta nell’ottobre del 1940, cioè diverso tempo dopo dall’entrata in vigore delle disposizioni antiebraiche contenute nelle leggi razziali. Forse in alcuni vi era ancora la vana speranza che da una normativa così infame ed ingiusta si potesse in qualche modo derogare, magari contando sulla bontà d’animo di qualche esponente locale del regime fascista. Non fu così in generale e non lo fu neanche per Silvano perché quattro mesi dopo la richiesta di Angelo Di Porto, il 24 febbraio 1941, in un documento della Legione territoriale dei carabinieri reali del Lazio a firma del tenente comandante della compagnia di Viterbo Annibale Ozzella si legge «… Ciò premesso, non si ritiene che nel caso sussistano le circostanze che renderebbero assolutamente necessario l’invocato provvedimento. In ogni caso, si fa presente che, essendo i genitori di razza ebraica, il ricovero del minore dovrebbe, se concesso, essere disposto in qualche asilo israelitico». Asili israelitici a Viterbo non ve ne erano e i carabinieri non potevano non saperlo. Ciò voleva semplicemente dire che a Silvano non sarebbe stato permesso andare all’asilo. Stupisce comunque, di questa pratica, la gran quantità di corrispondenza che i vari soggetti istituzionali: Prefettura, Questura, Carabinieri, si scambiarono. Sembra quasi che a Viterbo, nonostante le leggi razziali, non sapessero cosa decidere riguardo la richiesta di far frequentare l’asilo ad un bambino di 3 anni; ciò condurrebbe forse a ritenere che vi fosse un margine di discrezionalità, anche se l’ipotesi è decisamente smentita dalla legislazione razzista e antisemita del 1938.

In un documento datato 28 settembre 1942 che la Regia questura di Viterbo invia alla Regia prefettura del capoluogo della Tuscia si legge che «L’ebreo Di Porto Angelo … risulta attualmente disoccupato e convivente con il suocero Anticoli Emanuele. La licenza di venditore ambulante gli è stata ritirata fin dal 2 agosto 1940». Anche in questo caso è dimostrato come fosse capillare il controllo sull’applicazione delle disposizioni contenute nelle leggi razziali del ’38, ed è immaginabile l’estremo disagio che queste leggi causarono a chi le subì.

Nell’agosto del 1942 giunge a Viterbo una missiva dal Ministero dell’Interno, direzione generale per la demografia e la razza con oggetto la precettazione degli ebrei nati tra il 1907 e il 1925 a scopo di lavoro. Da una lista di 34 nominativi viene stilato un elenco di 17 «ebrei precettabili» nella provincia di Viterbo, in cui figurano tra gli altri Anticoli Letizia, suo marito Di Porto Angelo e due sue cognate, Giuditta e Rachele Anticoli. Alla fine la lista degli ebrei da precettare nella provincia di Viterbo si riduce a 10 nominativi tra i quali ci sono Di Porto Angelo e Anticoli Giuditta. Sappiamo per certo che entrambi furono precettati a partire dal novembre del 1942. Un documento della questura di Viterbo, sempre inviato alla locale prefettura e datato 9 aprile 1943, con oggetto «ebrei avviati al lavoro», ci dice che Di Porto Angelo e sua cognata Anticoli Giuditta sono stati effettivamente precettati. Di Porto presso l’azienda Carletti Giacomo, mentre la cognata presso il locale stabilimento delle ceramiche; e si aggiunge: «… lavorano insieme ad operai ariani» contravvenendo all’articolo 14 delle norme sulla precettazione indicate dalla Demorazza (che stabiliva «Resta fermo il divieto di far lavorare in promiscuità ebrei e non ebrei»). Quasi a voler giustificare questa deviazione dalle regole nel documento della questura si legge in chiusura che «…Essi, qui, non hanno dato luogo a rilievi con la loro condotta in genere».

La situazione precipitò ulteriormente dopo l’8 settembre del 1943 quando si passò alla persecuzione della vita delle persone. Alla fine di novembre fu emanata l’ordinanza di polizia n. 5 a firma del ministro dell’interno Buffarini, che comunicava a tutte le provincie dell’allora repubblica sociale italiana (lo stato istituito dall’occupante tedesco) l’immediata esecuzione del seguente ordine: “Tutti gli ebrei anche se discriminati a qualunque nazionalità appartengono e comunque residenti nel territorio nazionale debbono essere inviati in appositi campi di concentramento…”. Il 2 dicembre 1943 appartenenti della milizia fascista viterbese e personale della questura si recarono presso le abitazioni occupate dalle famiglie Di Porto – Anticoli in Via della Verità e catturarono Anticoli Letizia, Di Porto Angelo, Di Veroli Reale, Di Veroli Letizia, Di Veroli Anna, Moscati Angelo. È doveroso ricordare anche gli altri ebrei – alcuni di questi non italiani – catturati in quegli stessi giorni nel resto della provincia: Wolff Martino, Levy Matilde, Majer Arnoldo, Spizzichino Jader, Coen Marta, Efrati Adalgisa. In totale 12 persone (i loro nomi sono oggi presenti nella targa commemorativa inaugurata all’Università della Tuscia il 27 gennaio 2020 dal rettore Stefano Ubertini). Tutti furono portati nel carcere di Santa Maria in Gradi, dove rimasero fino alla fine di marzo del 1944 quando vennero trasferiti in due gruppi a Fossoli. Da Fossoli neanche 10 giorni dopo furono deportati ad Auschwitz da dove tornò solo una persona: Di Veroli Letizia. Non partirono per Fossoli: Efrati Adalgisa, liberata il 14/12/1943 e Reale Di Veroli, la nonna materna di Silvano, la quale, nel momento del trasferimento dal carcere di Viterbo al campo vicino Modena, cadde rompendosi il femore. Trasportata su una carriola da muratore presso l’ospedale grande degli infermi, fu operata e poi nascosta da un infermiere, il papà di Francesco Morelli (prezioso testimone dei fatti avvenuti a Viterbo durante la Seconda Guerra Mondiale), e dal dottore Franco Ricci.

Non partì per Fossoli neanche Silvano perché al momento della cattura dei suoi genitori, il 2 dicembre, non si trovava con loro, ma era in compagnia di Rita Orlandi, alla quale i genitori l’avevano affidato dato che il bambino (dell’età di 6 anni) non poteva frequentare la scuola a causa delle leggi razziali. Rita, che all’epoca aveva 17 anni, quel giorno, dopo aver portato Silvano con sé a fare una passeggiata per le vie del centro di Viterbo, mentre lo riconduceva a casa venne avvertita da qualcuno che i fascisti stavano portando via i genitori e altri componenti della famiglia del piccolo. Rita non ci pensò un attimo, prese Silvano e lo portò fuori Porta Romana, nelle campagne circostanti. Verso sera tutti e due, infreddoliti, fecero ritorno a casa degli Orlandi, dove Silvano rimase nascosto sino alla fine della guerra quando i parenti superstiti, nonna e zie, lo ripresero con loro, per trasferirsi a Roma.

La ricostruzione di questa storia è stata resa possibile grazie all’accesso a vari archivi, non solo quello di Stato ma anche quello dell’Ospedale Grande degli Infermi e soprattutto quello del carcere di Viterbo dove ho avuto conferma che ad effettuare il rastrellamento degli ebrei a Viterbo nei primi giorni del dicembre del 1943 non furono tedeschi, come è riportato in tutte le altre ricerche fatte su questa storia, ma italianissimi agenti delle questura di Viterbo coadiuvati dalla milizia fascista. Tutte le informazioni raccolte negli archivi non sarebbero state sufficienti senza la viva testimonianza di Francesco Morelli, figlio di Luigi, anche lui dichiarato Giusto fra le Nazioni dallo Yad Vashem per aver salvato Reale Di Veroli.

La medaglia dei Giusti fra le Nazioni alla memoria
di Rita Orlandi

Lo Stato d’Israele conferisce come unica onorificenza il titolo di Giusto fra le Nazioni, istituito per rendere eterna la memoria di queste persone. Dell’analisi della documentazione e dell’assegnazione del titolo si occupa una speciale commissione di Yad Vashem a Gerusalemme. “L’Istituto per la Memoria dei Martiri e degli Eroi della Shoah, denominato Yad Vashem, è stato istituito dal Parlamento Israeliano nel 1953 al fine di commemorare i sei milioni di ebrei assassinati dai nazisti e dai loro collaboratori, tramandando la memoria della Shoah alle future generazioni affinché il mondo non ne dimentichi l’orrore e la crudeltà. I compiti principali di Yad Vashem sono la commemorazione e la documentazione degli eventi della Shoah, la ricerca e l’educazione”. “I Giusti fra le Nazioni, onorati da Yad Vashem, sono non ebrei che, a rischio della propria vita, salvarono ebrei durante la Shoah. Appartengono a nazioni, religioni, classi sociali e percorsi esistenziali diversi. In comune hanno l’aver protetto vicini e conoscenti ebrei nel momento in cui prevalsero ostilità e indifferenza, i comportamenti più comuni tra i non ebrei di fronte alla Shoah. La maggioranza dei non ebrei assistettero senza intervenire allo sterminio, alcuni collaborarono con i carnefici, molti approfittarono della spoliazione delle proprietà degli ebrei. Solo una minoranza si oppose, ritenendo che gli ebrei fossero esseri umani, anche se non sempre ciò avvenne sin dall’inizio delle persecuzioni. In molti casi furono gli ebrei stessi, come atto di resistenza contro il regime nazista, a chiedere l’aiuto dei loro vicini non ebrei spingendoli ad agire nei loro confronti in nome della comune umanità. Naturalmente, le forme di aiuto presentarono diverse gradazioni. In onore dei Giusti fino a una certa data furono piantati alberi nel viale dei Giusti a Yad Vashem, piante che simboleggiano il rinnovamento della vita. Dato il gran numero di alberi oramai piantati che occupa tutto lo spazio disponibile, oggi il nome dei giusti viene iscritto nel Muro d’Onore presente a Yad Vashem.”

Nel 2018 ho presentato personalmente, in accordo con Mauro Corbucci figlio di Rita Orlandi (salvatrice) e Angelo Di Porto figlio di Silvano (salvato), la documentazione a Yad Vashem per far ottenere il riconoscimento di “Giusta fra le nazioni” a Rita Orlandi. Nel maggio del 2019, dopo un’attenta valutazione da parte della speciale commissione, è stato deciso di concedere la medaglia di “Giusta fra le nazioni” a Rita Orlandi. Tale importante riconoscimento verrà consegnato a Mauro e Maria Rita Corbucci figli di Rita (deceduta nel 2006).

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