Guerra in Ucraina: ambiguità ed eloquenza

Filippo Grazzini

Avevamo appena imparato a convivere con un Covid in via di endemizzazione che, a due anni esatti dalla diffusione del virus nel mondo, scoppia un’altra e più letterale guerra. È peggiore di quella a cui si affianca, in una inquietante simultaneità: questa volta l’uomo uccide uomo. Dobbiamo dolerci che il conflitto tra i russi e gli ucraini divida la nostra specie anziché unirla contro la natura matrigna. In aggiunta dovremmo adoprarci perché le ostilità non solo si contengano nei loro confini attuali, ma anzi cessino: riflettere per iscritto sulla crisi aiuta.

Nato appena presa consapevolezza di una fase nuova delle relazioni umane, inclusi i modi della comunicazione, determinata dalla pandemia (il primo articolo è del 3 aprile 2020, a firma del direttore Giovanni Fiorentino), il nostro blog potrebbe ora aprirsi a un confronto di idee e di sensibilità su un’altra questione d’importanza capitale, prevedibilmente destinata a portare nuove modifiche alla nostra vita. Potrebbe, e i pensieri che seguono sono un auspicio in questo senso: ma con qualche dubbio sulla disponibilità a esprimersi soprattutto dei più giovani.  Si crede che oggi chi ha venti anni nutra opinioni estremiste e ritenga inopportuno tenersele per sé? No: è pensabile che le diverse possibili valutazioni della situazione determinatasi con l’inizio delle ostilità, il 24 febbraio, riflettano comunque la convinzione di non poter attribuire il torto e la ragione a una parte sola. L’incertezza sta altrove. La guerra russo-ucraina sembra avere rivelato in tutti noi un’incapacità di concepire, intellettualmente prima che moralmente, uno scontro armato. L’inadeguatezza si deve a settantasette anni di pace in terra d’Occidente: con la conseguente espulsione dal nostro orizzonte culturale, ed esistenziale, della forza a misura di stato, dallo stato legalizzata – come licenza di uccidere – per fini autoprotettivi. Se tale habitus si riconosce in chi ha una età da docente, a maggiore ragione lo si può presupporre negli studenti. Beata innocenza? Privilegio di un welfare stateesteso all’incolumità fisica? Può darsi che si debba riconoscere che non sappiamo pensare la guerra come costante della storia, come tratto antropologico. Può anche darsi, peraltro, che questa specie di lassismo, o di irenismo, non faccia danni per le democrazie liberali, se è vero che tende a contenersi in una sfera interiore, contestualmente all’esistenza di apparati dello stato incaricati della difesa delle comunità. È comunque un fatto che una guerra molto vicina a territori protetti dall’ art. 5 della Nato, obbligante stati come anche l’Italia all’intervento in armi a tutela di un alleato colpito, costituisce un brusco richiamo alla verità effettuale dell’esistenza, al potere degli imprevisti e del caso, alla convenzionalità, e non alla oggettività, delle garanzie di civiltà e di progresso. Inutile ricordarlo: Machiavelli è autore così dell’Arte della guerra come del Principe.

Preso atto della realtà, il senso della difficoltà del quadro, con la varietà dei dilemmi perfino tormentosi che ci presenta, può essere tanto forte da ostacolare la maturazione di convinzioni piene. Quasi tutto pare ambiguo. Non proprio tutto: la decisione dell’Università Bicocca, poi revocata, di sospendere un corso su uno scrittore perché russo ha indicato una sicura inintelligenza della cultura come problematismo in sé (lo scrittore è Dostoevskij!).  Ma tanto dell’attualità ci appare a due facce. Chi sia l’aggressore e chi l’aggredito sembra abbastanza evidente (per taluni in verità è una illusione ottica). E tuttavia: rifornire di armi i resistenti ucraini è una forma di solidarietà attiva o è un modo ipocrita per non mandare a morire uomini nostri? Aumentare le spese militari nel bilancio preventivo dello stato è una testimonianza di patriottismo previdente o un modo per intensificare irresponsabilmente venti di guerra? Il fatto stesso che gli altri governi nazionali del continente non abbiano obiettato allo stanziamento tedesco di cento miliardi di euro per propri armamenti (sarebbe vietato per la Germania, non lo sarebbe per la Comunità Europea che si provvedesse di un esercito suo) significa comprendere le ragioni di una scelta, o essere deboli? Imporre sanzioni a Putin e rinunciare a comprare il suo gas vale come sua giusta punizione, accettando noi per una questione di principio i gravi disagi che ce ne deriveranno, o nuocerà troppo anche alla nostra economia? Perfino: è da sperare che il neozar sia fatto abdicare al più presto, magari prima che ricorra a ordigni da fine del mondo, o è da temere che i successori sarebbero anche peggio?

Dove pare che il ragionamento sia paralizzato dalle ambivalenze, subentra e prevale il raccapriccio per la violenza. Soluzione di comodo? Ricorso ai buoni sentimenti  tipico dei pavidi?  Magari anche no. Senza averne fatta diretta esperienza, si può comunque immaginare l’insopportabilità di vivere sotto terra e, risalendo in superficie, morire sotto le bombe. Una delle ambiguità del momento presente, sotto il profilo specificamente mediatico, consiste nel valore delle corrispondenze audiovisive, più ancora di quelle scritte, degli operatori della informazione, dalle quali giorno per giorno e ora per ora traiamo alimento. Non solo ce le forniscono giornalisti esposti a un rischio forse superiore a quello che abbiamo loro chiesto di assumere, ma un pericolo si nasconde anche nei loro messaggi. Lo svelamento della verità della vita come distruzione e disperazione può generare, per una forma perversa di competitività professionale, una excalation: l’orrore che io documento è più orrendo del tuo. E tuttavia senza questi réportages noi non sapremmo che l’inferno può essere in terra.

Un altro modo di saperlo, peraltro, forse c’è: leggere la grande letteratura, che può eccedere in patetismo, ma dice la verità.  Come è stato notato da Marina Corradi sulla prima pagina di “Avvenire” il 22 marzo, la cura amorosa con cui, pur tra difficoltà spaventose, una donna ha composto il corpo della figlia di cinque anni straziata da un bombardamento a Karkhiv e poi l’ha salutata per sempre certifica nella vita reale la scena di Cecilia e della morticina immaginata da Manzoni nel cap. XXXIV del romanzo. Quando esemplari della specie umana di ammazzano, prima di capire chi è la vittima e chi è il carnefice può darsi che si constati una comune disfatta. Nel suo Macbetto (1974), rifacimento debitamente angosciato della tragedia conflittuale e autodistruttiva per eccellenza del canone occidentale, Giovanni Testori usò termini brutali, ma forniti di una interna ragione: “Cos’è la guerra /sia che si vinca, /sia che si perda? /Merda, sangue, merda!” Tante volte, in queste settimane, si pensa così.

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