Pasolini, la leggenda del santo peccatore

Filippo Grazzini

Tutto è santo: un titolo efficacissimo per rendere Pier Paolo Pasolini, e il suo senso del mondo, quello scelto per la mostra dedicata al grande e controverso intellettuale nel centenario della nascita, aperta al Palazzo delle Esposizioni romano (dal 19 ottobre 2022 al 26 febbraio 2023). Tantopiù perché le sottosezioni della rassegna, ospitate in parte anche a Palazzo Barberini e al Maxxi, sono intitolate Il corpo poetico, Il corpo veggente e Il corpo politico, così riportando alla nostra attenzione la fisicità come valore umano, in cui Pasolini riconobbe tanto a lungo – fin quasi alla fine tragica della sua esistenza nel 1975 – una espressione dell’essere autentica e in quanto tale dotata di un’innocenza e una nobiltà superiori. 

Quelli di Pasolini, nell’Italia da fine anni Quaranta a metà degli anni Settanta, furono, più che di santità, tempi di dura convivenza con la povertà postbellica, di faticosa ripresa, poi di sviluppo senza progresso (così almeno sembrò a posteriori), di benessere disordinato e di tensioni sociali. Questa dinamica, coinvolgente la mentalità collettiva così come la vita sociale, ebbe in Pier Paolo un testimone e un critico aspro ma sempre lucido. Soprattutto egli si elesse a profeta, in toni a tratti vibranti (tra Lutero e Savonarola), della condizione in cui l’Italia e l’intero Occidente si sarebbero compiutamente trovati – e già in modi ben visibili si trovavano nel presente dello scrittore e regista – in forza del neocapitalismo e delle sue trasformazioni progressive. L’industrializzazione globale, le logiche di uniformazione di produzioni e consumi, l’egemonia della finanza, l’adeguamento della realtà al modello unico televisivo determinavano e sempre più avrebbero determinato, nel suo giudizio, un autoritarismo subdolo e disumanizzante.

Parlare di PPP, senza tacere dei coni d’ombra della sua personalità, soprattutto ai giovani curiosi di storia contemporanea, appare utile: perché sappiano che la diagnosi di almeno alcuni dei mali del nostro presente era già stata formulata vari decenni fa da un’intelligenza straordinariamente capace di prevedere il futuro. L’esasperazione di alcuni tratti di questa tendenza non potevano essere concepibili da Pasolini: la globalizzazione degli stili di vita, il pensiero unico, il potere di condizionamento planetario dei mercati, la presentificazione del linguaggio con la perdita di senso di storia e memoria, l’imperialismo massmediatico-digitale, il livellamento identitario, la prevalenza del virtuale sulla materialità dell’esistenza. Ma a ben guardare si tratta, sotto vari aspetti, di una proiezione e di un aggravamento di uno stato di cose già definito nel passato. 

Se tornasse tra noi, PPP ora si esprimerebbe in modi apocalittici; colpisce che oggi più di cinquant’anni fa gli si riconosca, anche nella forza espressiva, una capacità di riprodurre, a tratti, il modello dantesco. Ma non è tutto: la coscienza forse più risentita dell’Italia civile di mezzo secolo fa fu come portata, dalle cose e da una volontà autodistruttiva oscura, a farsi capro espiatorio di un mondo che, da un certo momento in poi, a Pasolini parve non più redimibile, se non forse con un sacrificio di sé: non bastavano più le polemiche, le scomuniche, le denunce per oscenità nei suoi romanzi (Una vita violenta, 1959) e le condanne penali subite per vilipendio della religione nei suoi film (La ricotta, 1963). Poteva essere un sacrificio simbolico e intellettuale (l’ammissione di non riuscire più a valutare la realtà se non in forme mostruose e perverse, l’abiura forzata di alcune sue convinzioni) o addirittura reale: e tale parve in effetti la sua morte violenta, a opera di un giovane di dubbia vita con cui si era incontrato, nello squallore dell’Idroscalo di Ostia, la notte tra il 1 e il 2 novembre del 1975.

Abitavano Pasolini, va riconosciuto, alcune contraddizioni: egli non si può ricondurre esclusivamente al paradigma dell’eroe positivo destinato a pagare per tutti. Così, sul versante più pubblico, il suo dichiarato e costante filocomunismo, ma anche, nel vivo della scrittura, i condizionamenti di un gusto nutrito di poesia di tradizione tra il decadentismo e il Primo Novecento, di proustismo, di individualismo: manifesto di poesia civile, Le ceneri di Gramsci, raccolta di poemetti del 1951-56, pone pur sempre all’ideologo e leader del PCd’I l’interrogativo “Mi chiederai tu, morto disadorno/d’abbandonare questa disperata/passione d’essere nel mondo?”  E, quanto al privato, una vocazione pedagogica insopprimibile (il suo messaggio ai giovani di prendere coscienza poetica e civile del mondo), ma anche una bramosia omosessuale, soddisfatta non nei circoli della borghesia anticonformista bensì con partners raccolti dal sottoproletariato: l’area sociale che per un lungo tratto della sua carriera creativa privilegiò come ambiente delle sue affabulazioni narrative e cinematografiche. Mai nascosta, seppure non vanitosamente esibita, la sua identità nel dominio dell’eros fu del resto di stimolo alla sua costante provocazione politico-civile, alla sua rivendicazione di dignità di tutti e di ciascuno: prossimo a morire aveva avviato un dialogo con il Partito Radicale, accennando a tracciare la stessa parabola che, con più compiutezza e su altri temi, era stata quella di Leonardo Sciascia.

Bruciante di passione e ideologia (il titolo di una sua nota raccolta di saggi del 1960), sbalorditiva per la sua operosità (egli fu anche critico letterario, dialettologo, documentarista, sceneggiatore per film di altri, uomo di teatro, pittore, amante della musica, autore di réportages giornalistici preziosi), l’esistenza creativa di Pasolini procede per tappe. L’esordio è in Friuli: nato a Bologna da una famiglia di estrazione in parte aristocratica, vi si era trasferito al seguito del padre, militare di carriera. La campagna di Casarsa, il dialetto, le tradizioni contadine ispirano la sua prima poesia, dove l’incanto della natura urta con la percezione del dolore del mondo e della propria personale diversità; hanno uno sfondo friulano anche le prime prose narrative, a carattere autobiografico. Uno scandalo legato alle sue tendenze lo costringe nel 1949 a emigrare nella capitale per confondere nella metropoli la sua individualità. Insegnante nelle scuole, finché il successo non gli dà l’autosufficienza come scrittore, egli opera su un doppio binario. Da un lato una narrativa fortemente realistica, non centrata sulle classi popolari ‘educate’ (Roma non è una città operaia strutturata e motivata al modo del triangolo industriale) bensì sul mondo primitivo, istintuale, preculturale e amorale del sottoproletariato e delle ultime periferie; la alimenta una curiosità sempre più viva per il romanesco e la convinzione nella possibilità di una mimesi a partire dallo strumento linguistico; i frutti sono una lunga serie di racconti e bozzetti e due romanzi, Ragazzi di vita (1955) e il citato Una vita violenta. Dall’altro una poesia che dalla suggestione campestre (il suo Friuli celebrato in La meglio gioventù, 1954) passa a cadenze colloquiali, andamenti narrativi e forme sperimentali all’atto di ritrarre, nei poemetti già ricordati, la base della piramide sociale, con adesione sentimentale ma disilluso sulla promovibilità del popolo a nuovo soggetto storico.   

Entrato negli anni Sessanta, mentre la sua poesia subisce una involuzione intellettualistica, con la tendenza del pensiero a soffocare il verso e la sua libertà, Pasolini comincia a dubitare del potere della parola, proprio per la nefasta uniformazione livellante del linguaggio, con tendenziale perdita dei tratti  specifici del popolo, di cui egli accusa il neocapitalismo: coinvolgendo nella sua denuncia i governi italiani, il conservatorismo della borghesia, l’oscurantismo di una Chiesa dimentica della parola liberante del Vangelo, la stessa impotenza dei comunisti. Trova allora nel cinema, nell’autenticità dell’immagine, un canale alternativo per esprimersi. Nascono così Accattone e Mamma Roma, ancora di ambientazione sottoproletaria e -dietro il vitalismo di facciata- tragici, poi soprattutto il castissimo Vangelo secondo Matteo. Quando anche sullo schermo comincia a sentire la banalizzazione del reale e la strumentalizzazione di ambienti, lingua, valori popolari che le forze dominanti mettono in opera, il regista tenta da un lato la via di un cinema intellettualistico, una sorta di trobar clus per rivolgersi a chi, pur borghese, comprenda la crisi (soprattutto Uccellacci e uccellini, 1966 e Teorema, 1968), dall’altro la valorizzazione del mito classico, per parlare al presente in una chiave antropologica, guardando non all’Europa occidentale corrotta ma alla Grecia e alla sua arcaica, intatta verità (Edipo re, 1967, Medea, 1969, dove il centauro educa Giasone ammonendolo che “tutto è santo”). Tuttavia il senso d’inappartenenza al suo tempo in Pasolini cresce; egli trova così nella novellistica medievale, occidentale e orientale (dunque con uno spostamento ulteriore verso il Terzo Mondo), il campo dove celebrare attraverso l’eros e la sua genuinità il corpo come ultima regione dell’uomo non mercificata e contaminata. Il sesso come sollievo del vivere si afferma come principio di poetica comune a Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle mille a una notte (1971-74).

Siamo così all’ultima, drammatica stagione. La divergenza tra le linee sempre più nette di sviluppo della società e il suo cammino di pensiero si accentua ancora, Pasolini è costretto all’abiura. Se perfino l’eros sullo schermo, per come egli lo concepisce, è dissacrabile, diventa occasione esclusiva di un voyeurismo del tutto deteriore ed eccita gli istinti peggiori del pubblico, egli ripudia la sua Trilogia della vita. Non gli resta che allegorizzare nel 1975, in un film scabroso come Salò o le 120 giornate di Sodoma, la violazione estesa ormai anche al corpo, operata dall’ultima contemporaneità: si affabula stavolta una serie interminabile di eccessi e crudeltà sessuali anche omicide che per diletto quattro libertini compiono su un gruppo di giovani fatti prigionieri in una villa durante la Repubblica sociale. Lo scrittore ha da tempo constatato che l’indicibilità soprattutto linguistica del reale gli impedisce ormai di portare a conclusione qualsiasi disegno narrativo. Degno di nota è che La Divina Mimesis, in origine ambizioso progetto di riscrittura della Commedia dantesca adeguata a mentalità, espressione, luoghi, sistema dei personaggi del presente, non vada oltre il rifacimento dei canti I-II, più alcuni appunti sul III, il IV e il VII, dell’Inferno, e sia consegnata a Einaudi (la stampa è dello stesso 1975) come non finito intenzionale, come ‘documento’. È piuttosto Petrolio, elaborato dal 1972, il testamento pasoliniano, opera complessa, magmatica, antiromanzo concepito su ampie proporzioni e lasciato esso stesso in uno stato d’ incompiutezza per accumulo di reale in eccesso: cinquecento cartelle dattiloscritte, divise in appunti, ma con molteplici ipotesi di ordinamento numerico e incertezze sul continuum narrativo. Si affabula la doppia vita di un alto dirigente dell’industria di stato dell’energia, patologicamente dissociato tra un io pienamente integrato nell’ethos manageriale e un secondo, segreto io, dissoluto e maniaco sessuale, capace di ogni sfrenatezza; il quadro psichico è tanto complesso che l’uomo, a un certo punto, si metamorfizza in donna. Gli echi di intrighi e crimini che caratterizzarono in quegli anni le cronache politico-finanziarie italiane si percepiscono in un libro di maneggio intellettuale difficile (e che molto ha indaffarato i filologi), ma con squarci di eccezionale potenza rappresentativa e intuitività. Memorabile, per esempio, la visione che in una lunga sequenza Carlo, il protagonista, ha della passeggiata di un giovane per le strade di Torpignattara, assomigliata a un attraversamento di gironi infernali danteschi. Il giovane non ha più nulla della schiettezza, ineducata e felicemente ignara di principi etici, dei ragazzi di vita di un tempo, né partecipa più del romanesco. La lingua standard sua e del suo ambiente è un italiano stereotipato, grigio, eterodiretto, così come falsi bisogni e precetti dell’edonismo di massa sono indotti nella classe unica neopiccoloborghese, che lo scrittore -mentre ne cataloga i diversi peccati- condanna nel suo complesso e inappellabilmente. 

In definitiva cosa c’è di santo in Pasolini? Perché erano così importanti le sue recriminazioni, affidate a memorabili esempi di moralismo giornalistico che il foglio della borghesia moderata, il “Corriere della sera”, ebbe l’intelligenza e l’astuzia di pubblicare tra il 1973 e il 1975? Pier Paolo deprecava la scomparsa della civiltà contadina, delle sue tradizioni secolari, della sua parlata, del suo senso religioso della trasmissione della vita (non sorprende che lo scrittore  fosse tendenzialmente contrario all’aborto), delle lucciole e del paesaggio agreste, mangiato progressivamente dalla speculazione edilizia, della forza primigenia del popolo, della semplicità e verità della parola della Chiesa: Il Vangelo è dedicato alla “cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII”. Con uno dei suoi colpi di genio verbale (un altro fu l’uso paradigmatico di un termine-categoria del nostro vivere come consumismo), egli definì tutto questo oggetto di una mutazione antropologica irreversibile. A dispetto dei vizi privati dell’uomo (se tali erano) c’era un amore -inclusivo di una sorta di fede ateistica- verso un sentire spontaneo di tutte le cose e le forme dell’esistenza. Forse non, seguendo Rousseau, come ritorno a una bontà di natura originaria che è illusione, ma certo come portato etico-sentimentale di una storia antica della nostra terra, di una umile Italia (un altro titolo famoso di Pasolini poeta ancora sulle tracce di Dante), che una modernizzazione selvaggia ha dissipato stoltamente. Oggi, non nel tempo suo, possiamo capire che in Pasolini tutto è santo e tutto ci riguarda. Una consapevolezza del genere ci è possibile oggi perché è oggi che, giunti per certi versi all’ultimo degrado della nostra civiltà, non c’è più nulla di Pasolini che sia avvertito come impuro. Dove andrà inteso che si tratta non di un nostro adeguamento, tanto siamo decaduti, a una supposta perversione di lui, ma di una nostra incapacità di sentire, cercare, rimpiangere, la sostanza come creaturale dell’esistenza intera.  Per questa via lo scrittore, il cineasta, l’uomo degli scandali, la cattiva coscienza del Secondo Novecento italiano, è riconosciuto ormai comunemente come un santo laico, il suo profilo assume tratti di leggenda. Un santo di strada, uno che ci cammina accanto per le vie del Friuli, sotto i portici di Bologna, attraverso le borgate di Roma. E viene da pensare quale interlocutore avrebbe potuto essere per l’Università della Tuscia se, dopo comprata nel 1970 la torre di Chia, avesse vissuto ancora a lungo e a lungo l’avesse usata come buen retiro. Il convegno di studi che il Disucom organizza il 7 dicembre 2022 per trattare dei luoghi di Pasolini vuole sottolineare proprio il suo essere non tanto nostro contemporaneo quanto nostro concittadino, utente con noi di spazi comuni. 

Link al programma della mostra https://www.palazzoesposizioni.it/mostra/pier-paolo-pasolini-tutto-e-santo

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